venerdì 13 gennaio 2017

Rita Bernardini: «A Orlando consegneremo il libro della nonviolenza »

di Valentina Stella Il Dubbio 13 01 2917

Il 18 gennaio il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, svolgerà alla Camera la relazione annuale sulla situazione dell’amministrazione giudiziaria nel Paese. Ma tra i suoi appuntamenti prossimi ci sarà anche l’incontro con una delegazione del Partito Radicale Nonviolento Transnazionale e Transpartito, guidata da Rita Bernardini.
Come nasce questo incontro?
Da una tanto cortese quanto genuina e sentita telefonata di auguri che il ministro mi ha fatto nel pomeriggio inoltrato dell’ultimo giorno dell’anno. Sono stata io a proporgli di vederci, anche perché vogliamo consegnargli, così come a Papa Francesco e al Presidente Mattarella, l’enorme “libro della nonviolenza” che contiene le lettere con i nomi dei ventimila detenuti che il 5 e 6 novembre hanno digiunato per sostenere gli obiettivi della Marcia dedicata dal Partito radicale a Marco Pannella e a Papa Francesco per richiedere “amnistia, indulto e riforma della giustizia”, e partecipata da tante associazioni che operano nel carcere, da diversi sindaci e altre istituzioni con i loro gonfaloni, oltre che da testate giornalistiche e dall’Unione delle Camere Penali. Da pochi giorni è finito il giro in molti istituti di pena in Italia. Qual è la situazione che racconterà al ministro Orlando? Abbiamo scritto, ancora una volta, una significativa pagina di conoscenza di quella che è la realtà penitenziaria italiana. Dovremo dirgli, dati alla mano, che purtroppo si tratta ancora oggi di situazioni che poco hanno a che fare con il rispetto della legge e dei principi costituzionali. Ma questo Orlando lo sa, e noi vogliamo incontrarlo proprio perché abbiamo l’intenzione di essere pro- positivi e intendiamo aiutarlo a fare ciò di cui è già convinto: occorre far divenire quei luoghi che sono criminogeni ( come lui stesso ha affermato ormai da tempo) luoghi dove chi ha sbagliato abbia concretamente la possibilità di riscattarsi. Oggi non è così, seppure abbiamo riscontrato in alcuni rari casi modalità di esecuzione della pena virtuose, che vanno immediatamente valorizzate ed esportate in altri istituti dove invece si preferisce far girare le chiavi che recludono nella solitudine, nell’angustia e nell’inattività di una cella, esseri umani continuamente colpiti da vessazioni che nulla hanno a che fare né con la tanto sbandierata “sicurezza” né, tantomeno, con la funzione riabilitativa della pena. Le cose da rivedere sono moltissime.
C’è molto da fare?
Da una parte c’è il carcere, che dovrebbe essere riservato ad una minoranza di soggetti veramente pericolosi, dall’altra ci sono le pene alternative che sono ancora poco usate ma che sono molto meno recidivanti del carcere: questa “diversa” impostazione però non si può mettere in atto se quasi tutte le risorse ( 3 miliardi all’anno!) sono destinate al settore di custodia e sicurezza e quasi niente per le figure professionali della riabilitazione: educatori, psicologi, assistenti sociali, insegnanti, mediatori culturali, formatori nel campo lavorativo, personale medico specializzato. Poi c’è il macigno dell’amministrazione della Giustizia castrata da milioni di pendenze per l’irragionevole durata dei processi penali e delle cause civili.
Può anticiparci quali altre questioni sottoporrete al ministro della Giustizia?
Vogliamo continuare a ragionare con Orlando sul provvedimento di amnistia e di indulto che noi del Partito Radicale riteniamo obbligatorio se si vuole riformare la giustizia non solo sotto il profilo dell’efficienza nel rendere un servizio ai cittadini, ma anche sotto quello del rispetto dello Stato di diritto e dei diritti umani fondamentali. Poi gli chiederemo lo stralcio dal disegno di legge penale della riforma dell’Ordinamento penitenziario più che mai necessaria se non si intende buttare a mare tutto il prezioso lavoro che proprio Orlando ha promosso con gli Stati Generali dell’esecuzione penale. Ormai questa non è più solo la nostra posizione. Oggi si esprime nella direzione dello stralcio anche il vicepresidente della commissione Giustizia del Senato, il magistrato Felice Casson, mentre il presidente Nico D’Ascola conferma a Radio Radicale che sulla parte riguardante la delega al governo relativa alla modifica dell’Ordinamento penitenziario non si sono manifestate divisioni fra i gruppi politici.
Tra i governi degli ultimi anni qual è quello che ha mostrato maggior attenzione alla questioni carceri?
Sicuramente l’ex Prefetto Annamaria Cancellieri è stata la più attenta sulla proposta di amnistia e devo dire che Marco Pannella era riuscito ad avere un buon dialogo anche con Francesco Nitto Palma del centro- destra. Certamente il ministro Orlando dimostra una spiccata sensibilità al problema. Ora però occorre agire, realizzare le riforme, e noi con la nonviolenza, i detenuti, il Papa e il mondo penitenziario, lo aiuteremo.
Infatti proprio il Papa non molla sulle carceri.
Eh, appunto! Papa Francesco non molla, testardo come Marco! Mi piacerebbe davvero molto incontrarlo per consegnargli, con i miei compagni del Partito Radicale, il librone del digiuno dei ventimila detenuti. I suoi riferimenti alla nonviolenza nell’agire anche politico per risolvere con il dialogo i conflitti drammatici del nostro tempo, mi hanno molto colpito. Vorrei fargli leggere il preambolo allo statuto del Partito Radicale laddove proclama “il dovere alla disobbedienza, alla non- collaborazione, alla obiezione di coscienza, alle supreme forme di lotta nonviolenta per la difesa, con la vita, della vita, del diritto, della legge”.
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domenica 8 gennaio 2017

D'Elia: nelle carceri non hanno dimenticato Marco

Di Valentina Stella (Il Dubbio 7 01 2017)
Sono terminate in concomitanza con l'Epifania le visite dei militanti e dei dirigenti del Partito radicale nelle carceri italiane. Quaranta gli istituti di pena, da nord a sud passando per le isole, in cui i radicali dal 23 dicembre hanno trascorso parte delle festività natalizie insieme con i detenuti e gli agenti di polizia penitenziaria. Questo è stato il primo anno senza il leader Marco Pannella ma la sua scomparsa, avvenuta lo scorso 19 maggio, non ha fermato la tradizione radicale di condividere le feste e “dare speranza” a quelli che Pannella appellava con “gli ultimi”. Per fare un bilancio dell'iniziativa abbiamo incontrato Sergio D'Elia, membro della presidenza del Partito radicale e segretario di Nessuno Tocchi Caino.
Partiamo subito dalle condizioni delle carceri. Qual è il loro stato di salute? Chiaramente è difficile esprimere un giudizio che possa fornire un quadro complessivo. Ci sono realtà diverse in tutta la penisola. Il carcere di Lecce è un esempio virtuoso nel sud d'Italia, grazie all'opera straordinaria della direttrice Rita Russo e del comandante Riccardo Secci. E' una delle carceri dove è stata sperimentata la vigilanza dinamica e dove le attività trattamentali, come i corsi scolastici, le attività teatrali e imprenditoriali come la sartoria, sono molto ben sviluppate”.
Esempi meno virtuosi invece? Non è una questione di graduatorie ma il problema è che lo Stato ha distratto le somme necessarie affinché gli istituti fossero migliorati o almeno portati al di sopra della soglia minima di tolleranza. I direttori e le guardie hanno supplito a queste carenze andando ben oltre il loro dovere ma questo è passato da situazione estemporanea a condizione sistematica. Non si può continuare così e sarebbe ingiusto quindi fare una classifica tra le carceri perché si tratterebbe di fare una graduatoria dei "penultimi".
Il primo anno senza Marco questo. Quest'anno purtroppo non ci sono stati cori a favore di Marco, ma noi tutti lo abbiamo sentito con noi, come fonte di ispirazione. Un detenuto ci ha chiesto di portare un fiore a Marco al cimitero. Sia i detenuti che gli operatori ci hanno accolto come sempre hanno accolto Marco, erano letteralmente felici che la tradizione pannelliana ,direi cristiana, nel fare visita ai carcerati non si fosse interrotta durante le festività. Erano commossi e rincuorati dalla nostra presenza. “Ci sentiamo più liberi quando venite voi” ci hanno ripetuto, molte volte commossiLa presenza di Marco era unica nelle carceri ma siamo orgogliosi di poter portare il suo messaggio di speranza a tutta la comunità penitenziaria. Per la maggior parte delle persone può sembrare strano quello che dico, perché purtroppo il carcere è concepito come una discarica sociale che comporta una disumanizzazione del detenuto. Al contrario io come il partito radicale come il Papa stesso crediamo che le carceri debbano essere luoghi dove si coltivi la speranza e non ci si abbandoni alla disperazione; solo se si incarna la speranza è possibile concepire quella finalità della Costituzione per il quale le pene devono tendere alla rieducazione e al reinserimento sociale di persone, prima che di detenuti.
Passiamo alla questione sovraffolamento: 54.653 reclusi per 50.228 posti nei 191 penitenziari italiani. L'impegno di Orlando per migliorare la situazioni delle carceri sta funzionando? La situazione è leggermente migliorata per il sovraffollamento, anche se si registra una tendenza all’aumento: dall’inizio del 2016 ad oggi registriamo un aumento di 1600 detenuti in tutte le carceri. Purtroppo abbiamo riscontrato altri problemi oltre a questo.
Quali? Mancano progetti per rieducare il detenuto e metterlo nelle condizioni di rientrare in società senza sentirsi un emarginato e con gli strumenti per ricominciare. La mancanza forse più grave e che è strutturale in tutte le carceri è l'organico insufficiente di educatori da un lato e di magistrati di sorveglianza e dello staff a supporto del magistrato stesso dall'altro lato. Se vengono meno questi elementi è illusorio pensare di concedere pene alternative ai detenuti.
La storica battaglia del Partito radicale è per un provvedimento di amnistia e indulto. Ma a tenere caldo il dibattito c'è la riforma, bloccata al Senato, della giustizia. Pannella concepiva il provvedimento di amnistia come necessario, strutturale, per una radicale riforma della giustizia, una giustizia inefficiente e lenta. La parola “amnistia” – vietata e condannata – va riabilitata. Tuttavia è un obiettivo difficile da raggiungere considerate le priorità dell'attuale classe politica dirigente. Ma quello che si può fare subito è stralciare dalla parte del Ddl sul processo penale la parte che riguarda l’ordinamento penitenziario.
Il prossimo passo? Consegnare a Papa Francesco, al ministro Andrea Orlando e al Capo dello Stato Sergio Mattarella il volume “Forza Francesco, grazie Marco” in cui abbiamo raccolto le circa 20000 lettere di detenuti che ci sono arrivate in concomitanza con la marcia per l'amnistia dello scorso novembre.
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giovedì 5 gennaio 2017

Youssef Sbai sarà il primo docente di fede musulmana "Spiegherò agli agenti la mia religione"

di Valentina Stella Il Dubbio 05/01/2017
Youssef Sbai sarà il primo docente di fede musulmana ad entrare nelle scuole italiane di Polizia Penitenziaria. Cinquantasei  anni, da 36 in Italia, Sbai è originario del Marocco, musulmano sunnita, vive con la moglie a Massa Carrara, fa l'imprenditore e segue un dottorato in Scienze sociali presso l'Università di Padova, è stato cofondatore e vice presidente nazionale dell'Ucoii, l'Unione delle comunità islamiche in Italia.
Dottor Sbai qual è lo scopo di questo suo nuovo incarico? Sono due gli obiettivi: in primo luogo quello di aiutare i detenuti musulmani a professare la propria religione in modo corretto; e poi quello di aiutare il personale carcerario a capire la religione musulmana e gli aspetti culturali relativi ai territori di appartenenza dei detenuti per comprendere il loro comportamento,  così da esercitare la loro professione con più serenità e riuscire ad individuare un comportamento religioso "corretto" e un altro che potrebbe essere una strumentalizzazione della religione.
Parliamo del rischio di radicalizzazione quindi. 
Noi dobbiamo metterci nei panni del personale carcerario che non conosce la religione musulmana ma vede l'immagine del detenuto musulmano che proviene dalla televisione. Il detenuto musulmano non è solo colui che ha commesso un reato ma è quello che in carcere comincia ad indossare una tunica bianca, si fa crescere la barba ed inizia a compiere pratiche religiose. L'agente deve saper rispondere alle domande: come definire tale comportamento del detenuto? Tale comportamento è corretto oppure no? Quando può essere l'inizio di una eventuale radicalizzazione? Le mie lezioni serviranno a dare queste risposte.
E' vero anche che alcuni detenuti sfruttano la religione per eludere dei doveri? Sì, è vero. Cominciano a pregare per convincere il personale a lasciarli in pace in determinati momenti, per evitare ad esempio di incontrare il magistrato.
Nelle carceri italiani la libertà di culto dei detenuti musulmani è rispettata? Dai dati del Dap (Dipartimento Amministrazione Penitenziaria) i detenuti musulmani praticanti sono tra i 5000 e i 6000. In Italia in circa 50 istituti ci sono delle sale di preghiere, che però non possono essere definite moschee. In altre carceri, in particolari festività, come per esempio durante il mese del ramadan, alcune sale vengono adibite a luogo di preghiera solo per un lasso determinato di tempo.  Quindi direi che la pratica religiosa non è affatto ostacolata nelle carceri italiane.
Si potrebbe fare qualcosa di più? Certo, intensificare il rapporto tra l'amministrazione penitenziaria e le figure professionali musulmane.
La radicalizzazione quindi si combatte anche attraverso un forte approccio culturale? Non solo culturale, ma anche sociale e soggettivo, cioè agendo su una persona in particolare che sta vivendo un momento di crisi. La scintilla della radicalizzazione può avere origini diverse.
Un problema all'interno delle carceri sono gli 'imam fai da te', persone che si improvvisano ministri di culto ma che veicolano messaggi sbagliati. Io sono contrario a questo fenomeno. Nella maggior parte delle carceri sono i detenuti che si mettono d'accordo e individuano tra loro un imam. Solo in 15 casi l'imam viene da fuori. Il detenuto è dentro per scontare una pena, non per prestare un servizio agli altri detenuti, come può essere quello di amministrare il culto. Nel suo discorso religioso sarà sempre condizionato dal suo status di carcerato. E poi sono contrario al sermone del venerdì solo in lingua araba. Deve essere recitato o con la traduzione italiana o solo in italiano per permettere anche agli operatori penitenziari di comprendere il messaggio religioso veicolato nel discorso degli imam.
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sabato 31 dicembre 2016

Franco Mastrogiovanni: la storia, la giustizia, la campagna #diamovoceafranco


Il Dubbio 31 12 2016

LA STORIA
Quelle 87 ore di agonia


Il 4 agosto del 2009, dopo circa quattro giorni di Tso  - Trattamento Sanitario Obbligatorio - il maestro di scuola elementare Francesco Mastrogiovanni muore a causa di un edema polmonare acuto presso il reparto di psichiatria dell'ospedale San Luca, a Vallo della Lucania (Salerno).  L'uomo era stato ricoverato dopo che l'allora sindaco di Pollica, Angelo Vassallo, ucciso l'anno dopo in un attentato probabilmente di matrice camorristica, aveva ordinato un Tso a seguito di una segnalazione dei vigili urbani che lo avevano visto guidare ad alta velocità e provocare incidenti. Mastrogiovanni verrà individuato presso il campeggio dove stava trascorrendo le vacanze: lì si rifiutò di consegnarsi alle autorità e cantando versi anarchici si gettò in mare, dove rimase per due ore circondato dagli agenti e dagli addetti della Asl. Quello che accadrà dopo è storia nota grazie alle telecamere di videosorveglianza dell'ospedale che hanno mostrato le condizioni disumane in cui è stato abbandonato il 58enne campano nelle successive 87 ore.  Il 15 novembre scorso la Corte di appello di Salerno ha emesso una sentenza di condanna nei confronti di sei medici e anche di undici infermieri (questi ultimi erano stati assolti in primo grado) presenti nei giorni di agonia di Mastrogiovanni, durante i quali l'uomo, come si legge nella sentenza di primo grado fu abbandonato seminudo su un letto,  "fu contenuto per tutto il periodo del suo ricovero senza manifestare alcun sintomo di violenza né verso sé stesso, né nei confronti  dei sanitari e degli altri malati, né di aggressività verbale; inoltre rimase senza mangiare e bere, e non fu mai liberato delle fascette impiegate per immobilizzargli i polsi e le caviglie". I reati accertati per i medici, a cui i giudici hanno revocato l'interdizione dai pubblici uffici, sono: sequestro di persona, morte come conseguenza di altro delitto (il sequestro) e falso pubblico. Inoltre i giudici hanno  ritenuto gli infermieri, come i medici, responsabili dei medesimi reati, di non avere cioè prestato la dovuta assistenza al malato, che ne ha cagionato poi la morte. Loro si erano difesi in primo grado dicendo di aver semplicemente obbedito ai medici per quanto concerneva la contenzione fisica e farmacologica. Per tutti la pena è sospesa, ma  sono stati condannati al risarcimento dei danni che saranno quantificati in sede civile. (VS)




di Valentina Stella
In attesa della pubblicazione delle motivazioni della sentenza di secondo grado sul caso Mastrogiovanni abbiamo intervistato Michele Capano, avvocato della sorella della vittima. Avvocato, in secondo grado è arrivata anche la condanna per gli infermieri. In appello i giudici hanno fatto un ragionamento diverso rispetto a quello di primo grado: di fronte ad un ordine di tipo manifestamente criminale, come quello della contenzione ininterrotta e prolungata  nel caso in questione, non è possibile giustificare una persona che ubbidisce. Potremmo dire che i giudici hanno stabilito il dovere alla disobbedienza di questi infermieri: disobbedire è doveroso quando  ti viene ordinato di delinquere.  Può ritenersi complessivamente soddisfatto della sentenza? Ritengo positiva la sentenza perché il punto di principio che riguarda anche la responsabilità degli infermieri era il vero nodo da sciogliere. Certo non è stata una sentenza severa dal punto di vista delle pene inflitte, ma da Radicale il tema mi appassiona poco... piuttosto si è cominciata ad illuminare la grande zona d'ombra delle condizioni di svolgimento dei Tso. Però forse è da sottolineare negativamente il fatto che i medici continuino a svolgere il loro lavoro come se niente fosse.  Sì, la sentenza d'appello ha anche cancellato l'interdizione temporanea dalla professione, che riguardava i medici, ma il nodo è rappresentato dalla tutela dei pazienti che sono sottoposti a Tso...Presso la procura della Repubblica di Lagonegro pende una indagine per la morte di un ragazzo, Massimiliano Malzone,  avvenuta lo scorso anno nell'ospedale di Sant'Arsenio e che era stato curato da alcuni degli stessi medici coinvolti nel caso Mastrogiovanni, e non è l' unico caso di morte "da Tso nell' ultimo anno nella sola provincia di Salerno. Anche presso taluni psichiatri è presente incredibilmente l' idea che quando un cittadino viene "investito" dal Tso... nei suoi confronti  - dalla contenzione al sovraccarico di farmaci, finanche alla privazione di contatti con i familiari - siano permesse condotte altrimenti impensabili. Come se si entrasse - è il caso di Mastrogiovanni - in una dimensione parallela, ed il paziente si trasformasse da persona in "cosa".  In Italia avvengono 20000 Tso all'anno. Com'è la situazione in generale? Alcuni dati  indicano una differenza tra regione e regione: in Friuli Venezia Giulia ci sono 5 Tso per 100000 abitanti, in Sicilia 30 Tso per 100000 abitanti. Significa che da un lato c'è una strategia per non arrivare direttamente alla soluzione del Tso, mentre dall'altro lato c'è una maggiore superficialità e una minore efficacia dei servizi psichiatrici territoriali che dovrebbero svolgere una funzione "preventiva". Quale ruolo gioca il Sindaco nella procedura? E' uno dei problemi sul tappeto:  nella legge nel 1978 (ndr legge del 23/1978 n. 833 che agli articoli 33-35 disciplina i trattamenti sanitari obbligatori) la presenza del Sindaco veniva immaginata con un ruolo di garanzia del cittadino: lì intervento nella procedura è presto divenuto esclusivamente burocratico, un passaggio di carte senza alcuna contezza della effettiva necessità di ricorrere alla misura privativa della libertà personale. Non ho ancora trovato in Italia un sindaco che abbia rifiutato di ordinare un Tso che gli fosse stato proposto.Forse è il caso di pensare ad una figura diversa. magari il Garante dei diritti delle persone ristrette Lei è anche Tesoriere di Radicali Italiani, i quali chiedono una legge di riforma del Tso.  Sì, pensiamo ad una 'Legge Mastrogiovanni'  introduca, così come avviene per l'arresto ed il fermo,  una udienza di convalida, e verifica dell' utilità del prosieguo della privazione della libertà,  nel giro di 72 ore o giù di lì. Vogliamo dare a chi subisce il Tso un avvocato, di fiducia o di ufficio che sia. Siamo sicuri che il solo aumento del "filtro" e del controllo potrebbe più che   dimezzare i Tso attuali.


# DiamoVoceaFranco: la campagna per evitare casi simili
La famiglia di Franco Mastrogiovanni, da subito in prima linea per far emergere la verità, non vuole far spegnere i riflettori su questa buia vicenda e ha lanciato, attraverso il Comitato Verità e Giustizia per Franco Mastrogiovanni, la campagna #DiamoVoceaFranco: "l'obiettivo - ci racconta la nipote di Mastrogiovanni Grazia Serra -  è quello di non dimenticare mio zio Franco, porre attenzione sulle altre persone decedute negli ultimi anni nel silenzio generale mentre erano sottoposte a contenzione chimica e meccanica, e soprattutto evitare che episodi simili accadano un'altra volta. La campagna vuole inoltre chiedere l’introduzione nell’ordinamento italiano del reato di tortura e per questo vogliamo arrivare fino alla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo. Secondo me, infatti, in quelle immagini si vede la tortura inflitta a mio zio. Voglio fare solo un esempio: non è forse tortura da parte degli operatori sanitari lasciare il cibo sul comodino per quattro ore senza preoccuparsi minimanente del fatto che mio zio fosse legato e non poteva nutrirsi da solo? ". Al momento, attraverso un video messaggio, hanno aderito alla campagna numerosi artisti ed esponenti del mondo della cultura tra cui Alessandro Bergonzoni, Eugenio Finardi, Paolo Virzì, e Moni Ovadia che ha pronunciato nel suo appello queste parole: "Franco Mastrogiovanni proprio nei giorni in cui si trovava in custodia delle Istituzioni pubbliche, di istituzione sanitarie che avrebbero dovuto avere cura di lui, una cura sacrale in quanto essere umano, titolare di dignità e di sacralità, è stato ridotto alla fine, nel modo più atroce, dal cinismo, da indifferenza che sono colpe molto più gravi di quelle che hanno rilevanza penale. Diamo voce a Franco Mastrogiovanni come se fosse un nostro congiunto, come se fosse nostro fratello, nostro padre, comunque una persona cara perché ciò che è accaduto a lui può accadere ad altri". Per aderire alla campagna basta inviare un proprio video all’indirizzo e-mail: diamovoceafranco@gmail.com (VS)
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sabato 24 dicembre 2016

Garlasco, sì alla revisione del processo? Indagato Andrea Sempio

di Valentina Stella (Il Dubbio 24/12/2016)

A pochi mesi dal deposito delle motivazioni con cui la Cassazione ha condannato in via definitiva Alberto Stasi a sedici anni di reclusione per l'omicidio dell'allora fidanzata Chiara Poggi, un nuovo nome per l'efferato delitto viene iscritto nel registro degli indagati: si tratta di Andrea Sempio. Il giovane è ora sotto indagine dalla Procura di Pavia, a seguito di un esposto firmato dalla mamma di Alberto, Elisabetta Ligabò, e presentato dai legali di Stasi, Fabio Giarda e Giada Boccellari.  È il 13 agosto del 2007 quando Chiara Poggi, viene uccisa nella sua villetta di via Pascoli 8 a Garlasco (Pavia). Le indagini si concentrano subito sul fidanzato della ragazza, lo studente della Bocconi Alberto Stasi, che dopo una settimana dall'omicidio viene formalmente indagato. Contro di lui, che aveva rinvenuto il cadavere della donna e dato l'allarme,  diversi elementi:  l'assenza di tracce di sangue sulle sue scarpe nonostante avesse attraversato il teatro del delitto; il fatto che la ragazza conoscesse il suo assassino avendolo fatto entrare in casa mentre era ancora in pigiama; la sua bicicletta compatibile con quella descritta dai testimoni;  le sue impronte sul dispenser del sapone liquido, utilizzato dall'aggressore per lavarsi le mani dopo il delitto.  Nonostante questo Stasi viene assolto in primo e secondo grado per non aver commesso il fatto. La Cassazione annulla la sentenza di appello. Si celebra l'appello bis e Stasi viene condannato per omicidio volontario con l'esclusione però delle aggravanti della crudeltà e della premeditazione. La Cassazione confermerà la condanna scrivendo "Ciascun indizio risulta integrarsi perfettamente con gli altri come tessere di un mosaico che hanno contribuito a creare un quadro d’insieme convergente verso la colpevolezza di Alberto Stasi oltre ogni ragionevole dubbio". Adesso sembra tutto vacillare però perché secondo l'ipotesi della difesa di Stasi il profilo genetico del giovane Sempio coinciderebbe con i frammenti del dna trovato sotto le unghie di Chiara. Di parere opposto l'avvocato di parte civile Gian Luigi Tizzoni per il quale la prova non ha alcun valore scientifico dal momento che, come avrebbe già dimostrato una perizia svolta nel processo d'appello, il materiale genetico non sarebbe sufficiente per eseguire il test. Tuttavia il procuratore generale di Milano Roberto Alfonso ha ritenuto non manifestamente infondata l'istanza di richiesta della revisione del processo sul delitto di Garlasco presentata dalla difesa di Alberto Stasi e l'ha trasmessa per competenza alla Corte d'Appello di Brescia, che ora attenderà  gli esiti dell'inchiesta di Pavia e del procuratore Mario Venditti, per decidere se sospendere l'esecuzione della pena a Stasi, attualmente recluso nel carcere di Bollate, e rifare il processo oppure rigettare la richiesta di celebrare un nuovo giudizio. Ma chi è Andrea Sempio? Il ragazzo era un amico di Marco, il fratello di Chiara Poggi, e all'epoca dell'omicidio, aveva da poco compiuto 18 anni. Oggi ha 28 anni e fa l'impiegato. Durante le indagini il ragazzo era stato sentito due volte come testimone - nell'immediatezza dei fatti e un anno dopo -  senza che gli inquirenti trovassero alcun elemento che potesse fare ritenere ci fosse un suo coinvolgimento nell'assassinio della ragazza. L'alibi fornito era stato considerato solido ma, dalle nuove risultante, sembrerebbe presentare delle anomalie e incongruenza. La vicenda si riapre dunque a seguito della caparbietà della madre di Stasi, mai vacillante nel ritenere suo figlio innocente, che ha chiesto che tutte le carte dell'indagine venissero riviste da zero. Per questo i suoi avvocati, certi che la condanna di Alberto sia una ingiustizia, hanno affidato ad una agenzia di investigazione il compito di scovare qualche elemento sfuggito o sottovalutato dagli inquirenti. Ed ecco spuntare il nome di Andrea Sempio, a cui è stato prelevato a sua insaputa il Dna da una bottiglietta d'acqua e da un cucchiaino e comparato da un genetista  con quello già a disposizione perché ricavato nell'ambito della perizia svoltasi nel processo d'appello. Oltre alla prova scientifica ci sarebbero altri elementi a sfavore di Sempio: possiederebbe una bicicletta e secondo due testimoni c'era una bici davanti la villetta della famiglia Poggi la mattina dell'omicidio; avrebbe inoltre una misura di scarpe (42/42,5) compatibile con l’impronta rinvenuta sul pavimento della casa di Chiara, frequentava con facilità l'abitazione dei Poggi
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venerdì 23 dicembre 2016

Il criminologo: «Questa persona deve spiegare perché il suo Dna era sotto le unghie di Chiara»

Di Valentina Stella (Il Dubbio 24/12/2016)

Numerosi misteri ancora non fanno piena luce sull'omicidio di Chiara Poggi, per cui è stato condannato in via definitiva a 16 anni il suo fidanzato Alberto Stasi. Per tentare di fare chiarezza sui nuovi sviluppi abbiamo incontrato Carmelo Lavorino, investigatore e criminologo che si è occupato di celebri casi di cronaca nera come quello del Mostro di Firenze e di Cogne, del delitto di via Poma, dell'omicidio Marta Russo.  Dottor Lavorino, che profilo ha l'assassino di Chiara Poggi? Un soggetto che ha perso il controllo. Ha ucciso sotto una forte spinta narcisistica, ha inferto colpi a ripetizione, ha voluto dominare, distruggere la vittima, l'ha voluta disprezzare profondamente per poi sbarazzarsene senza alcuna pietà, come una cosa immonda, buttandola insanguinata e fracassata nei piani bassi della casa - elemento questo importante - . Questo profilo potrebbe essere quello di Stasi però? Questo profilo si adatta a diverse persone, tra cui Stasi. Potrebbe essere perché si tratta di un omicidio d'impeto, in seguito a litigio, a rifiuto. Ma dobbiamo anche trovare elementi di riscontro che ci fornisce la criminalistica. La scienza delle tracce ha trovato tutto tranne le prove contro Alberto Stasi, tanto è vero che è stato assolto nei primi due gradi di giudizio. Già nel 2007 indicavo il tessuto epiteliale dell'assassino sotto le unghie della vittima come elemento determinante per la soluzione del caso. Allora chi doveva fare il suo lavoro non lo fece in modo meticoloso. Ma oggi con le nuove metodiche sappiamo che quel Dna sotto le unghie di Chiara Poggi non appartiene a Stasi ma ad un altro soggetto. E questo soggetto ha l'età e un movente per aver ucciso la ragazza.  Gli avvocati di Stasi credo che abbiano elementi forti nella loro relazione tecnica presentata per la revisione del processo, altrimenti la madre di Stasi che ha firmato l'esposto rischierebbe una pesante accusa di calunnia. Questo Dna però potrebbe essere stato lasciato dal ragazzo in un'altra occasione. Il Dna quasi sicuramente è contestuale all'azione omicidiaria per motivi di formazione della traccia. Ed è un elemento oggettivo molto forte. E noi scienziati del crimine abbiamo il dovere di cercare la verità e correggere l'errore investigativo. L'avvocato di parte civile Tizzoni sostiene che la nuova prova del DNA non ha valore e che si stia cercando di introdurre un complice. Non credo assolutamente alla presenza di un complice di Stasi perché è un omicidio a seguito di perdita di controllo. Dopo dieci anni dai fatti sarà difficile forse arrivare ad una verità? Subito dopo l'omicidio questa persona che oggi è indagata venne ascoltata dagli inquirenti e fornì un alibi, probabilmente supportato da dichiarazioni di altre persone. Oggi bisogna andare a ritroso e rivedere tutto. Questa persona deve spiegare perché la sua pelle,  il suo Dna era sotto le unghie di Chiara. Ci sono state polemiche anche su come è stato raccolto il Dna da Andrea Sempio, su cucchiaino e bottiglietta d'acqua, senza che lui lo sapesse. Possiamo ipotizzare che gli investigatori l'abbiano seguito in un bar. Dal punto di vista civilistico non è lecito, con gli avvocati stiamo valutando se lo è sotto il profilo penale. Tuttavia se la sequenza di Dna rinvenuta dalle indagini della famiglia Stasi  è uguale a quella presente nelle carte dell'indagine e dei processi, la Procura deve prenderne atto e obbligare Andrea Sempio a fornire il suo Dna.  
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IL NATALE DEI RADICALI IN CARCERE LA PRIMA VOLTA SENZA PANNELLA

di Valentina Stella (Il Dubbio 23 dicembre 2016)

Più di cento tra militanti e dirigenti del Partito radicale visiteranno, durante le festività, 40 istituti di pena in tutta Italia, da nord a sud, passando per la Sardegna e la Sicilia. Il Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria da anni autorizza infatti gli esponenti radicali - a cui riconosce una profonda lealtà e serietà dei comportamenti - a visitare le carceri e quindi ad incontrarsi sia con i detenuti che con i “detenenti”, cioè con gli agenti della polizia penitenziaria secondo una definizione pannelliana. Proprio questo sarà il primo Natale in carcere senza il leader Pannella, a cui i reclusi, appena lo vedevano fare il suo ingresso nei corridoi tra le celle, dedicavano in coro il ritornello "Marco uno di noi, uno di noi" o gli gridavano "together forever".  In un conferenza stampa tenutasi ieri nella storica sede di Via di Torre Argentina, Rita Bernardini, organizzatrice e anima dell'iniziativa, e che tra le varie tappe sarà il 25 dicembre nel carcere di Regina Coeli e il 31 a mezzanotte in quello di Rebibbia, ha sottolineato che "la nostra presenza radicale, ramificata e radicata laddove lo Stato è in una palese condizione di violazione della legge, rappresenta lo sforzo di non mollare nemmeno di un millimetro affinché il prossimo governo affronti perentoriamente il gravissimo problema dell’illegittimità dell’esecuzione penale - quindi, non solo carcere - e dell’amministrazione della giustizia quando queste non corrispondono – come accade sovente oggi – al dettato costituzionale". Tale iniziativa, a cui prenderanno parte anche Ilaria Cucchi , l'onorevole Nicola Ciraci, e Giuseppe Gulotta, vittima di uno dei più clamorosi errori giudiziari italiani, "è il proseguimento - continua Maurizio Turco, della presidenza del Partito -  della marcia per l'Amnistia che abbiamo tenuta in concomitanza con il Giubileo dei carcerati di Papa Francesco. Quel 6 novembre vi è stata una partecipazione massiccia all’insegna della nonviolenza come ci ha insegnato Marco Pannella nelle lotte per i diritti umani fondamentali: ben 19.056 detenuti dalle carceri di tutta Italia. Abbiamo fotocopiato a colori tutte le lettere, tutte le buste e tutte le firme con i loro nomi e stiamo preparando tre grandi libri che consegneremo al Papa, al Ministro della Giustizia Andrea Orlando e al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella". Presente all'incontro anche il direttore di Avvenire, Marco Tarquinio: "in Italia il carcere è considerato una discarica della società, è un problema non gestito o gestito male. Purtroppo l'opinione pubblica ritiene inaccettabile e intollerabile il discorso sulle carceri; le notizie ansiogene rappresentano i due terzi di tutte le notizie che riempiono i giornali e le televisioni. Invece è proprio sul fronte delle carceri che si gioca la partita importante per vedere dove va la nostra umanità". Ha concluso Sergio D'Elia, Segretario dell'associazione radicale Nessuno Tocchi Caino: "il carcere non è solo un luogo emblematico dove, come diceva Voltaire, si misura la civiltà di un Paese, è anche un luogo politico, il luogo delle lotte di una vita di Marco Pannella, attraversato, vissuto, abitato da Marco (e Rita è stata la sua coinquilina) come fosse la sua casa, dove vivevano i suoi figli, i suoi fratelli, e quindi se ne è preso cura, come un padre di famiglia si prende cura della sua casa oltre che della sua famiglia di detenuti e detenenti. Anche in questo, continuando a visitarle, cerchiamo di mantenere vive le ‘fissazioni’ di Marco Pannella, tra le quali quella delle carceri che era sempre in cima ai suoi pensieri, sentimenti e azioni”.
Posted by Valentina Stella
on 06:02
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