mercoledì 24 agosto 2016

Italia terra di terremoti. Le zone più sismiche e le informazioni aggiornate della Protezione Civile

(Il Dubbio 24 agosto 2016)

Una cosa del genere potrebbe capitare anche nel nostro Comune? In tanti, quando si verifica un forte sisma come quello che ha interessato il reatino nella notte tra il 23 e il 24 agosto, si chiedono se il proprio centro abitato possa essere interessato da un terremoto così devastante come quello che ha messo in ginocchio l'Italia centrale.  Sul sito della Protezione civile è possibile consultare proprio una sezione dedicata alla "Classificazione sismica". Per ognuno degli 8048 Comuni italiani è indicata la zona sismica di appartenenza. Quella più pericolosa è la Zona 1, entro cui possono verificarsi fortissimi terremoti;  Zona 2,  potenzialmente interessata da forti terremoti;  Zona 3,  coinvolta da forti terremoti ma rari; e in ultimo la Zona 4,  quella meno pericolosa, dove il sisma accade raramente. Amatrice, uno dei paesini più colpiti, è infatti classificato come Zona 1.

Questa nuova classificazione è stata adottata nel 2003, basandosi sugli studi e le elaborazioni "più recenti relative alla pericolosità sismica del territorio, ossia sull’analisi della probabilità che il territorio venga interessato in un certo intervallo di tempo (generalmente 50 anni) da un evento che superi una determinata soglia di intensità o magnitudo".  Con  l’Ordinanza del Presidente del Consiglio dei Ministri n. 3274 del 20 marzo 2003, lo Stato ha delegato alle Regioni il compito di classificare il territorio.

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Posted by Valentina Stella
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lunedì 22 agosto 2016

Coppi: «Cosima e Sabrina in cella da 6 anni e non dicono loro il perché»


Un processo kafkiano quello a carico di Cosima Serrano e Sabrina Misseri, in carcere per l'omicidio della piccola Sarah Scazzi: da un lato una madre e una figlia condannate all'ergastolo, dall'altro papà Misseri, reo confesso per l'omicidio della nipote, ma che continua a vivere nella villetta dove è stata uccisa la ragazza. Una vicenda caratterizzata da molti colpi di scena, tra cui una giudice popolare ricusata e un testimone che racconta i sogni, da una attenzione mediatica senza precedenti, e da una condanna a vita pronunciata nonostante l'assenza di prove.
Ad un anno dalla sentenza di appello - 27 luglio 2015 - , ancora non sono state depositate le motivazioni. Ancor peggio di quanto accadde in primo grado, quando l'attesa durò 11 mesi. Secondo l'articolo 544 del Codice di procedura penale, le motivazioni andrebbero rese note non oltre il novantesimo giorno dalla pronuncia della sentenza. Ma si sa che in Italia la giustizia molto spesso o non funziona o funziona male. Il 29 luglio il ministro Andrea Orlando ha disposto un’ispezione nel Tribunale di Taranto per capire come sia possibile che due persone ancora non sappiano perché dovranno probabilmente scontare un ergastolo. Bisogna comunque vedere come si concluderà il giudizio della Cassazione. E intanto le due donne gridano la loro innocenza ma sono da sei anni in custodia cautelare. La carcerazione preventiva è una vergogna per il nostro Paese: se ne abusa, come emerge dagli ultimi dati del rapporto Antigone. Sono quasi 19000 quelli in attesa di giudizio, tra cui anche Cosima e Sabrina. Nel 2013 i radicali di Marco Pannella proposero un referendum con l'obiettivo di ridurre i casi in cui fosse stato possibile ricorrere alla custodia cautelare; ma purtroppo non si raccolsero abbastanza firme per presentarlo. Per fare il punto sulla situazione, abbiamo intervistato l'avvocato di Sabrina Misseri, il professor Franco Coppi.   

Avvocato,  come spiega questo ritardo nel deposito delle motivazioni della sentenza di appello?

Spiegazioni non ne ho, perché le spiegazioni presupporrebbero qualcosa di giustificabile. Per me, un anno per scrivere una sentenza, per quanto il processo possa essere complesso e delicato, è un tempo incomprensibile. Quindi non riesco ad immaginare nessuna possibile giustificazione.

Il ministro della Giustizia ha avviato accertamenti preliminari sul caso dei ritardi nella motivazione della sentenza. Arriva troppo tardi questa iniziativa?

Il Ministro agisce quando viene a conoscenza di un fatto, non può conoscere di ogni processo tempi e scadenze. Noi abbiamo aspettato pazientemente, rendendoci conto di tutto - dei tempi, delle fatiche, di altri impegni etc -. Poi però abbiamo sollevato la questione e il Ministro ha agito con assoluta tempestività. 

Ricordiamo che un giudice incaricato di redigere le motivazioni ha chiesto ed ottenuto una proroga per i termini del deposito, perché impegnato in una commissione di un concorso per entrare in magistratura.

Le ragioni della proroga non le conosco ma so che è stata ampiamente superata. La sentenza sarebbe dovuta comunque essere depositata dopo i secondi 90 giorni; ma sono trascorsi altri sei mesi dopo la proroga. Poi comunque uno può anche rinunciare ad assumere un incarico se deve fare altre cose.

Molti giudicano grave il fatto che due persone siano da circa 6 anni in custodia cautelare. Come può essere giudicata pericolosa socialmente una ragazza di 28 anni incensurata? Sulla base di cosa?

Lei mi ha posto una bella domanda. Io infatti dovrei risponderle che non se ne comprendono le ragioni. Per di più la sentenza di primo grado aveva parlato di un delitto d'impeto. Quindi in un Paese civile, seppur con le dovute precauzioni e attenzioni, si aspetta una sentenza definitiva prima di sbattere una persona in galera. In questo caso, Sabrina Misseri ha già scontato sei anni di pena.

Quali sono secondo Lei le anomalie più importanti e gravi che hanno caratterizzato le indagini e i primi due processi?

Ce ne sono talmente tante che potremmo parlarne per un giorno intero. Basterebbe pensare alla Corte di Cassazione che ha annullato per ben due volte provvedimenti cautelari per mancanza di indizi e al fatto che, nonostante ciò, l'accusa sia andata avanti sempre nei confronti di Sabrina modificando il tiro. Oppure si pensi ad un provvedimento in cui la difesa è stata autorizzata a svolgere attività difensiva in carcere purché alla presenza del pubblico ministero.   

Il pm Antonella Montanaro nella sua requisitoria aveva dichiarato, pur chiedendo la conferma dei due ergastoli: «Non ci sono prove, ma tanti indizi gravi e concordanti». Dall'altro lato c'è la confessione di Michele Misseri. Alla luce di questo, per come è configurato in Italia, Lei ritiene che un processo di questo tipo possa offrire sufficienti garanzie per l'imputato o pensa piuttosto che ci sia bisogno di una riforma del processo in cui valgano solo prove oggettive e scientifiche?

Da che mondo e mondo laddove ci sono stati indizi gravi, precisi e concordanti sono state pronunciate sentenze di condanna. Non è sempre possibile avere la fotografia del delitto con l'autore con il coltello in mano mentre colpisce il cuore della vittima. È quindi chiaro che nella formazione del giudizio si procede anche attraverso gli indizi. Nel caso in questione però secondo noi non c'erano gli indizi gravi, precisi e concordanti. Casomai se c'erano prove erano a carico del padre, di Michele Misseri, il quale ha sì modificato le sue versioni  - prima accusato, poi ha ritrattato la confessione, poi ha ritrattato la ritrattazione - però ogni volta dando una giustificazione delle sue modifiche e quindi offrendo al giudice, a nostro avviso, una prova di grande spessore. Era una confessione confortata da tutta una serie di riscontri.

Che incidenza ha avuto sui giurati la costruzione che i media hanno fatto delle imputate? 

Non le posso rispondere direttamente perché dovrei stare nella mente e nel cuore di tutti i giurati. Ma ho sempre visto con grande preoccupazione, non solo in questo caso, la celebrazione e l'anticipazione del processo che molto spesso vengono fatte nei mezzi di comunicazione, in particolare in televisione. Certamente il giudice, probabilmente anche quello professionale, può essere influenzato, ma certamente i giudici non professionali, quali sono i giudici popolari, possono essere condizionati da un bombardamento mediatico a cui sono sottoposti ancor prima di essere sorteggiati per far parte della giuria.

Di che male soffre la giustizia italiana?

Innanzitutto bisognerebbe drasticamente ridurre i casi di custodia cautelare durante il procedimento. Non escludo ovviamente che ci siano dei casi clamorosi rispetto ai quali non si può non pensare alla custodia cautelare ma a me pare che ci sia un abuso di essa. Bisogna avere il coraggio di applicarla solo per esempio quando ci sia la certezza che l'imputato stia inquinando le prove, solo quando ci sia la sicurezza di una reiterazione dei fatti. Invece nel caso nostro c'è molta ed eccessiva larghezza nell'uso delle misure cautelari. E questo è un tema che andrebbe certamente approfondito.  
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venerdì 29 luglio 2016

Ora serve una legge per proteggere i “whistleblower”

In Italia le gole profonde della pubblica amministrazione non sono ancora molte, nonostante gli sforzi dell’Anac di Cantone. Ora da diverse parti arriva la richiesta di dedicare una legge alla tutela di chi denuncia la corruzione, anche alla Camera, Senato, Csm, Corte Costituzionale e Quirinale


Il termine può apparire un po' complesso - whistleblower, letteralmente soffiatore nel fischietto - ma il significato lascia poche interpretazioni: dipendente che, dall’interno del proprio ente di appartenenza (pubblico o privato), segnala condotte illecite non nel proprio interesse individuale, ma nell’interesse pubblico. Su questo strumento di prevenzione della corruzione punta molto Raffaele Cantone, presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione: “un nuovo modo di essere dipendente pubblico” scrive il magistrato, richiamando l’obiettivo che si è prefissato il legislatore nella legge anticorruzione del 2012. Da non confondere con il delatore, colui cioè che denuncia per lucro, vendetta personale o servilismo. Bisogna invece esaltare l'‘importanza etica” - sostiene Cantone - “del contributo collaborativo dei dipendenti pubblici”.
In Italia, in realtà, esiste un articolo del codice penale (art. 361) che impone sanzioni per il pubblico ufficiale che non denuncia reati di cui sia venuto a conoscenza durante lo svolgimento dell’attività lavorativa, ma tale norma è scarsamente rispettata. Ed è per questo che occorre una via alternativa. Praticamente, dunque, di cosa stiamo parlando in riferimento al whistleblowing? Ci viene in aiuto proprio un monitoraggiorealizzato dall'Anac dal 2014 ai primi mesi del 2016: sono state analizzate le segnalazioni che oltre duecento lavoratori hanno fatto pervenire direttamente all'Autorità e ad un campione di 34 amministrazioni e sei società pubbliche. Gli abusi che vengono maggiormente denunciati riguardano la corruzione e la cattiva amministrazione da parte dei proprio colleghi o superiori; a seguire demansionamenti e trasferimenti illegittimi proprio a seguito di un avviso di un presunto illecito, incarichi e nomine illegittime, appropriazione indebita, appalti irregolari, abusi di potere. Ancora di più nel dettaglio: falsa timbratura di cartellini,truffa nelle richieste di buoni pasto, utilizzo della macchina di servizio della polizia municipale per andare al funerale di un collega, procedure illegittime di rilascio di carte di identitàaffidamento di appalti senza garaaggiudicazione di un appalto di tumulazione ad un unico partecipante risultato parente di un componente della giunta. La percentuale di segnalanti maggiore la si rileva nei dipendenti pubblici, ultimi classificati invece militari e poliziotti municipali. Dal Sud Italia arrivano il 50% delle comunicazioni, centro e nord si spartiscono la restante metà.
Questi numeri ci dicono che lo strumento sta funzionando? A leggere la Relazione annuale al Parlamento dell'Anac dello scorso 14 luglio sembrerebbe proprio che le potenziali gole profonde italiane non abbiano ancora instaurato un buon feeling con questa modalità di denuncia. Tuttavia questo non arresta Cantone e il suo gruppo di lavoro dell'Anac che il 7 luglio ha pubblicato il bando per l’affidamento dei servizi di manutenzione della piattaforma informatica di ricezione delle segnalazioni diwhistleblowing che, una volta terminata, sarà messa in open source, a disposizione di ogni pubblica amministrazione. I dipendenti quindi non avranno più scuse: se adesso non si fidano a presentare una segnalazione a voce o cartacea al loro superiore gerarchico o al responsabile della prevenzione della corruzione del loro ufficio - ad esempio perché proprio loro sono i presunti colpevoli di una malefatta - in un futuro non troppo lontano potranno riversare tutto in un contenitore virtuale. Nell'attesa non demordano, perché l'Anac mette loro a disposizione un modulo semplice da compilare e da inviare via email con i dettagli e documenti allegati a supporto della denuncia.
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martedì 26 luglio 2016

Intervista a Benedetto della Vedova: sulla cannabis i proibizionisti non hanno argomenti

di Valentina Stella (Il Dubbio News 26 luglio 2016) 
Tutto rimandato a settembre: il voto per la proposta di legge per la legalizzazione della coltivazione, della lavorazione e della vendita della cannabis e dei suoi derivati avverrà probabilmente alle porte dell'autunno,  quando ritornerà all'esame delle Commissioni riunite Giustizia e Affari Sociali per l'esame dei circa 1700 emendamenti presentati in gran parte dagli alfaniani di Area Popolare. Infatti si è giunti ieri nell'Aula della Camera dei Deputati senza che le Commissioni stesse abbiano dato mandato al relatore di esporre i contenuti della proposta di legge a prima firma Giachetti e redatta dall'intergruppo parlamentare 'cannabis legale', composto da oltre 200 tra deputati e senatori di diversi schieramenti politici, e voluto fortemente dal sottosegretario agli Esteri e senatore Benedetto della Vedova che abbiamo intervistato a margine della prima discussione in Aula.
Come si vince una battaglia politica così difficile? Qualcuno sostiene che non si avranno mai i numeri per l'approvazione.
L'aritmetica non è una opinione. Sappiamo che alla Camera occorre la maggioranza dei parlamentari più uno, quindi 316; noi partiamo già da 221 e quindi non è impossibile raggiungere l'obiettivo. Certo è una partita aperta, il nostro scopo è di arrivare al voto con una ottantina di parlamentari che non hanno ancora firmato ma che sono pronti a farlo da qui a settembre.
Chi è che non vuole questa legge e perché?
Non vuole la legge chi ritiene che sarebbe un messaggio sbagliato e che ci sarebbero rischi. Ma lo status quo significa un consumo di massa che non diminuisce nonostante tutti gli sforzi repressivi e che viene gestito da un mercato criminale, dalla produzione fino alla vendita al dettaglio. A differenza  delle ragioni degli antiproibizionisti  - dalle iniziative di Marco Pannella negli anni '70 e poi le disobbedienze civili del '95 a cui partecipai insieme a lui, fui arrestato, processato e condannato in via definitiva -  le ragioni dei proibizionisti sono un po' evaporate perché il mercato non diminuisce e su di esso non c'è alcun controllo.
Secondo l'onorevole Binetti  la proposta di legge sarebbe in contrasto con l'art 32 della Costituzione (tutela del diritto alla salute) perché la cannabis provoca eventi avversi sugli individui che l'assumono e soprattutto danni neurologici sui ragazzi. Come replica?
Rispondo all'onorevole Binetti dicendo che difendere la situazione attuale significa difendere il consumo che oggi, nel regime proibizionista, i giovani fanno di una cannabis che nessuno controlla. In un regime di legalizzazione e ferrea regolamentazione, come proponiamo noi, sarà più credibile anche il contrasto al consumo da parte dei giovanissimi. E noi abbiamo scritto che una parte dei soldi che arriveranno dalla tassazione della cannabis dovrà essere destinata a campagne di informazione e dissuasione dall'uso di tutte le sostanze, compresa la cannabis.
Come giudica l'argomentazione contraria all'approvazione del magistrato Gratteri per il quale il guadagno che si sottrarrebbe alle mafie sarebbe ridicolo?
La Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo ha una visione invece diversa: la legalizzazione darebbe un colpo alle mafie, libererebbe anche risorse di polizia per contrare reati di gravissimo allarme sociale. Gratteri dice però anche che se fosse per lui proibirebbe anche alcol e tabacco; quindi secondo me sbaglia ma a suo modo è coerente.  
Gianni Alemanno ha twittato: "L'Europa è sotto l'attacco del terrorismo e cosa fa il Parlamento italiano? Discute di #cannabislegale Loro sparano noi ci facciamo le canne". Perché il Parlamento deve occuparsi di questa legge?
Alle battute di Alemanno non rispondo. Credo che l'Europa sarebbe un posto più sicuro se tutte le forze di polizia e i magistrati oggi impegnati  - parlo di decine di migliaia di persone - a reprimere e contrastare il traffico e il consumo di cannabis, potessero rivolgere la loro attenzione al contrasto di altri tipi di reati legati alla criminalità e al terrorismo.
Lei nella conferenza stampa che ha preceduto ieri la discussione in Aula ha dichiarato "questo provvedimento non riguarda il Governo e la maggioranza. Ed è bene che resti così". Cosa intendeva?
Che è una legge di iniziativa parlamentare e tale deve rimanere. Non c'entra il Governo, non c'entra la maggioranza, quindi se Alleanza popolare vuole invece metterli in mezzo credo che sia sbagliato.
Antonio Polito sull'inserto Sette del Corriere della Sera ha scritto, riprendendo anche il pensiero di qualche deputato che è intervenuto ieri alla Camera,  che in questa legge si "mescola un po' superficialmente, e anche un po' per approfittare della pressione delle associazioni dei malati, l'uso della marijuana a scopo ludico e quello a scopo terapeutico. Si tratta di un errore essendo materie molto diverse". Come commenta?
Ai colleghi parlamentari che oggi si scoprono tutti a favore della marijuana terapeutica rispondo che mi fa molto piacere. Se erano così convinti della necessità di un intervento per rendere effettivo il diritto all'uso della marijuana terapeutica, nessuno glielo ha impedito nel corso della legislatura. All'obiezione di Antonio Polito rispondo che noi abbiamo un disegno di legge che punta alla legalizzazione e regolamentazione della cannabis e dei suoi derivati in cui abbiamo inserito anche una parte che punta a rendere il diritto alla cannabis terapeutica un diritto effettivamente praticabile per i malati. E comunque una sovrapposizione tra i due usi della cannabis in parte c'è, come dimostrano le esperienze in altri Paesi. Credo che noi abbiamo trovato un buon equilibrio nella nostra proposta.
Crede che questa legge sia la migliore possibile o è perfettibile?
Credo che questo sia un testo decisamente buono. Poi se qualcuno propone di migliorarlo siamo tutti quanti interessati a migliorarlo ulteriormente. A noi interessa l'obiettivo, non rivendicare a prescindere un testo.
Quanto è necessaria una adeguata informazione, soprattutto televisiva, sull'argomento anche in vista del voto di settembre?
Credo che sia fondamentale e mi auguro che ci sia.
Lei ha sottoscritto la proposta di legge di iniziativa popolare presentata da Radicali Italiani e Associazione Luca Coscioni sempre a favore della legalizzazione della cannabis?

Sono iniziative convergenti, come la sensibilizzazione che sul tema della marijuana terapeutica sta facendo Rita Bernardini, che servono fuori dal Parlamento per rendere più efficace la nostra azione parlamentare. 
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giovedì 7 luglio 2016

Condizioni disumane in cella: condannato il Ministero

(Il Dubbio 7 luglio 2016)

Arriva un'altra condanna per una detenzione in condizioni disumane. Con decreto del 4 luglio 2016 il Tribunale di Roma, Seconda sezione civile, Giudice dott. Federico Salvati, ha condannato il Ministero della Giustizia ai sensi dell'articolo 35ter dell'Ordinamento Penitenziario per aver costretto l'ex detenuto Giacomo Reina a scontare la sua pena in condizioni inumane e degradanti all'interno della Casa Circondariale Rebibbia Nuovo Complesso.
Al signor Reina, assistito dall’avvocato Alessandro Gerardi, membro del Comitato radicale per la Giustizia Piero Calamandrei, il Ministero dovrà risarcire il danno versando una somma pari a 8 euro al giorno per l'intero periodo di detenzione sofferto (1662 giorni) per una cifra complessiva di 13.296,00 euro.
Secondo l'avvocato Gerardi, il provvedimento emesso dal Tribunale di Roma è molto importante perché "con esso è stato stabilito che, anche nel caso in cui le condizioni minime di spazio vitale risultano rispettate, vi è comunque violazione dell'art. 3 della CEDU tutte le volte in cui, come nel caso di specie, le caratteristiche del luogo di detenzione risultano compromesse per essere il bagno collocato nel medesimo ambiente in cui il detenuto alloggiava, o  per la inadeguatezza degli impianti docce e dell'assenza dell'acqua calda e del bidet".

Come si evince infatti anche dai dati riportati sul sito dello stesso Ministero della Giustizia, alla sezione dedicata alla trasparenza sugli istituti penitenziari,  nel Nuovo Complesso di Rebibbia, solo in 309 stanze di detenzione, su un totale di 1270, è presente un bagno separato dalla zona in cui i detenuti dormono e mangiano. Addirittura solo in 3 celle arriva l'acqua calda. Questa situazione di emergenza è confermata anche dalla fotografia che offre l'associazione Antigone sul proprio sito dove sottolinea come "i posti doccia sono generalmente 2-3 per piano (2-3 sezioni), ma gli orari consentiti per l’utilizzo sono generalmente 8,30-10,30; 13-14,30; 16-18 e generalmente al mattino, dopo una decina di docce, l’acqua diventa fredda, anche perché negli scaldabagni c’è spesso calcare".

Oltre a questa grave criticità relativa alla condizioni di igiene persiste anche un grande problema di sovraffollamento: a fronte dei 1212 posti regolamentari, di cui attualmente 21 non sono disponibili, il carcere romano accoglie invece 1445 detenuti.

Tale provvedimento dunque si inserisce nella scia ininterrotta di varie decisioni con cui tribunali italiani condannano il nostro sistema penitenziario per le condizioni disumane in cui ancora oggi sono costretti a vivere molti detenuti. Ricordiamo che già la giurisprudenza europea formatasi sul patologico sovraffollamento dei nostri istituti di pena ha avuto modo di sanzionare in più di una circostanza il nostro Paese per gli spazi insufficienti in cui sono costretti a vivere i detenuti e, più in generale, per il complesso di tutte le altre condizioni di detenzione praticate nei confronti delle persone private della libertà personale. I giudici di Strasburgo, in particolare nella ben nota sentenza Torreggiani e altri c. Italia dell'8 gennaio 2013, hanno constatato che il problema del sovraffollamento carcerario in Italia è di natura strutturale.

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mercoledì 6 luglio 2016

L'avvocato: «Ecco perché Massimo è innocente»

(Il Dubbio, 5 luglio 2016)
Abbiamo intervistato l’avvocato Claudio Salvagni, che insieme all’avvocato Paolo Camporini, difende Massimo Bossetti

Avvocato Salvagni si aspettava questa sentenza?
No, onestamente no. Sappiamo come sono le sentenze di primo grado. Però tecnicamente riteniamo di aver veramente smantellato tutto l’impianto accusatorio. E soprattutto, per quanto riguarda il Dna, abbiamo dimostrato quelle che sono tutte le anomalie, le imprecisioni, le incertezze, le possibilità di errori. Siccome questo è il punto nodale dell’intero impianto accusatorio, e ritenendo questo punto dubbioso, io mi aspettavo una sentenza di assoluzione quantomeno per insufficienza di prove.

Sulla questione del Dna, il genetista Emiliano Giardina, consulente della procura, ha dichiarato due giorni fa al “Corriere della Sera” che, con riferimento al lavoro che ha portato ad identificare Ignoto 1 con Bossetti, "Un errore è assolutamente impensabile. Non è possibile". 
Se non hanno commesso nessun errore, allora è pacifico che tra le 532 donne tra cui cercavano la mamma di Ignoto 1 non ci fosse Ester Arzuffi.  (ndr Giardina fu incaricato di confrontare il dna mitocondriale di 532 donne della Val Seriana, tra cui anche Ester Arzuffi, la madre di Massimo Bossetti, con il mitocondriale attribuito inizialmente al presunto assassino). Quindi non possono essere validi entrambi gli assunti: da una parte si dice che il Dna nucleare è del signor Bossetti e dall’altra parte si dice che il suo Dna mitocondriale non conduce a sua madre, per cui la signora Ester Arzuffi non sarebbe la madre di Bossetti. E’ evidente la contraddizione in termini.

Quindi è come se mancasse la prova del 9?
Certo. Su questo punto nessuno - e sottolineo nessuno - ha detto di aver sbagliato, quindi tutti i consulenti confermano i loro risultati. Nessuno quindi ha dato una spiegazione su questa incongruenza: se non hanno sbagliato come è possibile che ci siano insieme due aspetti completamente contraddittori?

Conferma che neanche i consulenti della procura hanno potuto verificare le perizie dei Ris sul Dna?
Il lavoro lo hanno fatto soltanto i Ris. Gli altri hanno potuto soltanto esaminare i risultati di quel lavoro. Ma l’estrazione del Dna, la quantificazione, l’amplificazione e l’attribuzione sono state elaborate soltanto dai Ris. E’ un errore madornale dire che quattro laboratori hanno effettuato lo stesso test. Non è vero.

Gillian Tully, Forensic Science Regulator del Governo Britannico, ha scritto: «Il Dna non mente. Rappresenta una prova eccezionale e schiacciante, ma nel processo di analisi esiste anche una interazione umana. La probabilità di errore è microscopica ma maggiore di zero». Nel caso Bossetti cosa è successo?
La Cassazione sostiene che bisogna fare almeno tre ripetizioni dei test sul Dna. La parte civile ha prodotto gli elettroferogrammi (il grafico che rappresenta le tracce di Dna) di queste tre ripetizioni. Tuttavia se andiamo a verificare il controllo negativo, cioè quello che deve escludere la contaminazione, rileviamo che c’è un picco in corrispondenza del numero 22 che non dovrebbe esserci e guarda caso il numero 22 fa parte proprio del patrimonio genetico del signor Bossetti. Quindi quegli elettroferogrammi non sono utilizzabili sostanzialmente perché hanno un controllo negativo che non è asettico. Questo secondo me inficia l’intero risultato. Il risultato è una prova schiacciante quando il percorso che ci conduce a quel risultato è perfetto.

In appello chiederete la riapertura del dibattimento per una nuova perizia sul Dna?
La chiederemo sicuramente. Mi sembra un principio di civiltà giuridica che l’imputato possa controbattere sulla prova che lo sta schiacciando all’ergastolo. Nel caso specifico il signor Bossetti non ha mai potuto partecipare ad una indagine genetica con i suoi consulenti. Addirittura non ha mai potuto vedere i reperti. Se per assurdo, ribadisco faccio una ipotesi assurda, qualcuno lo avesse voluto incastrare noi non abbiamo la possibilità di difenderci. Noi abbiamo dimostrato attraverso le fotografie che ad esempio sulla superficie e all’interno della body bag in cui è stato messo il corpo di Yara alcune persone sono salite con le scarpe; altri non indossavano neanche le cuffie per i capelli. Sono state commesse tante mancanze e negligenze. Noi non discutiamo il risultato; il problema è come si è arrivati all’identificazione genetica di Ignoto1.

Questo significa che l’atto del test sul Dna è ripetibile?
Noi sappiamo che ci sono ancora degli estratti di Dna da poter analizzare. Il problema è che non ci è stato mai consentito di effettuare ulteriori test.

Secondo lei, avvocato, la sentenza di condanna era la soluzione più facile per la Corte d’Assise?
Con tutta la pressione mediatica che abbiamo visto intorno a questo caso, una sentenza di assoluzione sarebbe stata clamorosa. Avrebbe esposto i giudici a degli attacchi incredibili. E’ per questo che in primo grado la sentenza di condanna era quasi scontata. Non ci dimentichiamo che il cosiddetto processo mediatico è il cancro della giustizia. I giudici popolari sono persone normalissime che siedono sul loro scranno per giudicare una persona e per un sacco di tempo vengono bombardati da notizie anche false come abbiamo visto in questo caso, notizie create ad arte. E questo genera ovviamente un convincimento anzi un pregiudizio. L’importanza dell’attività che viene svolta dai giornalisti è notevolissima e dovrebbe essere cristallina e non partigiana, schierata e appiattita sulle tesi della procura.

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Posted by Valentina Stella
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mercoledì 29 giugno 2016

Da Bossetti in poi, il test del Dna sbaglia eccome


È prevista per il primo luglio la sentenza su Massimo Bossetti, accusato di aver provocato la morte di Yara Gambirasio. Il terreno di scontro tra accusa e difesa ha visto come protagonista il Dna. Per il pm Letizia Ruggeri il «Dna di Bossetti è perfetto e non contaminato. Non vi sono spazi di discussione per quanto riguarda la validità del lavoro scientifico svolto dal Ris e dai consulenti». Gli avvocati del muratore di Mapello, Claudio Salvagni e Paolo Camporini, sostengono invece che «c'è solo un mezzo Dna contaminato» e che, come dichiarato all'AdnKronos, la custodia e la conservazione della traccia biologica «sono il tallone d'Achille» di un'indagine «con troppe anomalie».
Ricordiamo che prima di identificare Massimo Bossetti sono stati prelevati circa 18000 campioni genetici nella provincia di Bergamo, per una spesa di quasi 3 milioni di soldi pubblici. Non è questa la sede per una sentenza, ma il luogo, traendo spunto da questo cruento fatto di cronaca, per aprire una discussione sul test del Dna. Come racconta la famosa giallista Val Mcdermid in Anatomia del crimine - Storie e segreti delle scienze forensi (Codice Edizioni), da due mesi in libreria, negli anni novanta investigatori di mezza Europa erano all'inseguimento di quello che fu poi soprannominato il "Fantasma di Heilbron", una serial killer "apparentemente sovrumana", il cui Dna fu repertato in diversi omicidi e rapine tra Austria, Francia e Germania. Solo nel 2009 si scoprì che i tamponi di cotone usati per il prelievo del Dna dalle scene del crimine, prodotti tutti da una stessa ditta in cui erano impiegate donne dell'Europa dell'Est, non erano conformi agli standard e quindi il Dna delle lavoratrici, che si era sparso per tutta Europa veicolato da quei tamponi, combaciava con quello fantasma.
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Posted by Valentina Stella
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