sabato 18 febbraio 2017

«Edilizia penitenziaria? In Italia al massimo si dà una ritinteggiata»

Valentina Stella Il,Dubbio 18 febbraio 2017

Che fine ha fatto il Piano carceri, quello che, varato nel gennaio 2009 dal Consiglio dei ministri, avrebbe dovuto risolvere l’emergenza delle carceri italiane, diventata sempre meno sopportabile sia per detenuti che per tutta la comunità penitenziaria? All’allora capo del Dipartimento Amministrazione Penitenziaria, Franco Ionta, furono dati poteri straordinari per accelerare la costruzione di nuovi istituti di pena, addirittura “eco- compatibili e ad emissioni zero”. Ma a distanza di sette anni nulla è stato realizzato e la situazione è sempre più drammatica: dal carcere di Enna a quello delle Vallette a Torino, passando perTrani e per il minorile Beccaria di Milano. Le criticità sono quasi sempre le stesse: bagni a vista, muffa sulle pareti, infiltrazioni di acqua piovana nelle celle e nelle stanze degli agenti di sorveglianza, ambienti freddi e fatiscenti. Carenze igieniche e strutturali che offendono ' la dignità e la privacy dei detenuti ristretti' e costringono ' i poliziotti penitenziari a lavorare in ambienti squallidi', dichiara Federico Pilagatti, segretario regionale del Sappe ( Sindacato autonomo di polizia peniten- ziaria). Dopo aver dedicato un tavolo di lavoro all’architettura del carcere durante gli Stati Generali dell’Esecuzione Penale, il ministro della Giustizia Andrea Orlando è tornato a parlare di Piano carceri nella sua relazione per l’anno 2016: ' Il nuovo modello penitenziario orientato al rispetto dei principi della Costituzione [...] richiede anche interventi di adeguamento delle strutture penitenziarie. Il tema dello spazio vivibile viene, così, a declinarsi secondo un valore qualitativo, funzionale al processo di risocializzazione. In questo campo, le linee d’azione dovranno, pertanto, essere orientate ad incrementare non solo le dimensioni, ma la qualità degli spazi destinati al movimento, alle iniziative culturali e trattamentali ed alla socialità [..] Pertanto, gli interventi di edilizia penitenziaria dovranno essere coerentemente orientati al processo di umanizzazione della pena '.
È davvero arrivato il momento di concretizzare quanto messo solo su carta? Lo chiediamo all’architetto Domenico Alessandro De’ Rossi, già consulente del Dap, esperto di edilizia penitenziaria e curatore del libro da poco uscito ' Non solo carcere. Norme, storia e architettura dei modelli penitenziari', Mursia Editore.
I propositi del ministro Orlando sono giusti, perché se si vuole davvero realizzare un Piano carceri bisogna fare prima un grande sforzo culturale. E lo devono fare coloro che progettano e amministrano, non dimenticando mai quali sono lo scopo della pena e la finalità della detenzione: risocializzare il detenuto, dargli un lavoro, farlo seguire da esperti. Purtroppo in Italia lo sforzo massimo che riusciamo a fare per gli istituti di pena è quello di ritinteggiare le pareti. Per non parlare di tutte le idee di modifica che vengono bloccate dall’eccessiva burocrazia. Servono professionisti veramente esperti e che abbiano un curriculum effettivo per poter trattare questa delicata materia.
Quale sarebbe per Lei una soluzione?
Il patrimonio di cui dispone lo Stato italiano per le carceri è tutto obsoleto; quindi inizialmente andrebbe istituita una commissione che si occupi della dismissione delle carceri ospitate da manufatti storici, che andrebbero destinati ad altra funzione. Penso, ad esempio, a quello di San Vittore a Milano, all’Ucciardone di Palermo, a quello napoletano di Poggioreale, al Regina Coeli di Roma.
Quindi costruire nuovi istituti di pena?
Sì, in prossimità dei tribunali e in posizione strategica, vicina ai nodi di scambio trasportistici: il carcere è una città nella città, deve essere una realtà che dialoga con la città.
L’aiuto dei privati sarebbe utile?
Un rapporto con i privati, se gestito bene e con trasparenza, non è detto che debba essere una cosa negativa. L’onere del controllo e della correttezza debbono spettare allo Stato.
E con quale filosofia realizzare un carcere modello?
Bisogna entrare nella logica di una ristrutturazione comportamentale, utilizzando una tipologia di edilizia differenziata in base al comportamento del detenuto, accompagnandolo nella penitenza attraverso un percorso che mano mano gli dia più libertà, a seconda del suo livello di rieducazione. Riuscendo a trasmettere più fiducia a chi lo ha preso in carico, potrà essere trasferito in celle diverse, più confortevoli rispetto a quelle più dure dove è stato recluso ad esempio per essersi macchiato di un grave reato, fino ad arrivare addirittura in quelle senza sbarre, passando per le stanze dell’affettività. È necessario capire inoltre che non si può mettere nello stesso ambiente un terrorista o un omicida con uno che ha fatto assegni a vuoti, perché devono essere trattati in maniera diversa.
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giovedì 16 febbraio 2017

Processo mediatico e processo penale


di Valentina Stella Il Dubbio 16 02 2017

È in libreria "Processo mediatico e processo penale Per un'analisi critica dei casi più discussi da Cogne a Garlasco" (Giuffrè editore, Milano 2016, € 22). Il volume si occupa delle più note vicende giudiziarie degli ultimi anni e le riaffronta attraverso una analisi critica delle prove e degli atti giudiziari. Inoltre mette in luce le devianze delle "rappresentazioni mediatiche" dei processi penali di fatti di cronaca nera. Un testo utile per gli esperti ma anche per chi volesse riscoprire il gusto e il rispetto per il ragionevole dubbio. Ne discutiamo con la curatrice del libro Carlotta Conti, professore associato di Diritto processuale penale dell'Università di Firenze. Nelle conclusioni il dottor Iacoviello usa tre interessanti espressioni in riferimento all' "altro processo, quello dell'opinione pubblica": "essa si informa e decide in base ai verbali dei mass media", "la ragionevole durata del processo dell'opinione pubblica si consuma in poco tempo" e "la morale si confonde con il diritto".  Si possono così riassumere le storture del processo mediatico ai fatti di cronaca nera e giustizia? E quali sono gli anticorpi? Si tratta di una sintesi efficacissima, che condivido in pieno. Gli anticorpi si trovano prima di tutto nel processo. Senza dubbio, sarebbe necessario che fosse rispettato il divieto di pubblicazione di atti, sancito con chiarezza da una norma del codice di procedura penale, l’art. 114, oggi sostanzialmente disapplicata anche perché la violazione, se fosse perseguita, sarebbe estinguibile mediante oblazione con il pagamento di 129 euro. Ma più ancora, visto che il processo mediatico si ciba anche soltanto di informazioni generiche che poi deforma, ingrandisce e talora mistifica, sarebbe indispensabile che il processo “giudiziario” recuperasse efficienza. Per un verso, tutti gli operatori processuali dovrebbero accogliere un’etica della responsabilità; per un altro verso, sarebbe necessario che il rito recuperasse efficienza: se il processo giudiziario fosse rapido e serio, i giornalisti, temendo la smentita, sarebbero meno liberi nella celebrazione di quello mediatico. Invece oggi le disfunzioni e le lungaggini del processo giudiziario fanno sì che la smentita non arrivi se non a distanza dalla chiusura mediatica della vicenda. Inoltre, nel processo giudiziario si riscontra un’assenza di certezza, dovuta ai continui ribaltamenti, come dimostrano molte delle vicende trattate nel volume. Con una qualche semplificazione, si può affermare che i ribaltamenti sono causati dal rifiuto di accogliere la cultura delle prove e il criterio dell’al di là di ogni ragionevole dubbio. Come mai non si rispetta il Codice di autoregolamentazione in materia di rappresentazione di vicende giudiziarie nelle trasmissioni radiotelevisive? Qui si è dinanzi ad un problema squisitamente giornalistico e forse la domanda dovrebbe essere rivolta agli operatori del settore. Di certo, se il giornalista temesse una smentita rapida, efficace e certa starebbe più attento, a prescindere dal rispetto della deontologia che si impone in ogni caso. La dottoressa Capitani sul caso Cogne evidenzia i pericoli  del metodo investigativo e accusatorio della costruzione del bersaglio intorno alla freccia, detto in altre parole gli inquirenti si innamorano pregiudizialmente di una tesi e solo dopo vi costruiscono intorno gli indizi. Sicuramente si tratta di un approccio fallace. Ciò non toglie che la polizia giudiziaria possa muoversi nella logica del sospetto, essendo il “fiuto” degli investigatori una risorsa alla quale il codice non intende rinunciare. Ciò in ragione del fatto che lo stesso codice impone al pubblico ministero una sintesi logico-giuridica all’esito delle indagini. Egli non a caso, come ha affermato in più occasioni il Primo Presidente della Cassazione, ha il compito di formulare la migliore ipotesi ricostruttiva, idonea a resistere all’urto del contraddittorio dibattimentale, che costituisce un fondamentale tentativo di smentita. La struttura del processo, se ben applicata, si basa su di un meccanismo conoscitivo esattamente opposto alla costruzione del bersaglio intorno alla freccia. Nel caso Kercher i giudici si sono affidati al tradizionale approccio della convergenza del molteplice, ovvero indizi non probanti ma che presi nell'insieme a loro parere costituivano un elemento forte per la condanna. La Cassazione ha ribaltato questo approccio. Come viene evidenziato nel volume, è oggi in atto uno scontro tra due modi opposti di valutare le prove. Da un lato, la convergenza del molteplice, approccio datato e metodologicamente criticabile; da un altro lato, quella che io chiamo la “scienza delle prove”: un metodo logico-razionale di valutazione di ogni elemento considerato in se stesso e successivamente collocato nel quadro delle altre risultanze. La Cassazione accoglie senz’altro questo più moderno metodo di valutazione già, peraltro, fatto proprio dalla sentenza della Corte d’assise d’appello di Perugia. Nell’esame di ogni indizio quella sentenza ha provveduto alla verifica e, soprattutto, al tentativo di smentita delle leggi scientifiche e delle massime di esperienza ad esso applicabili. Soltanto in tal modo si raggiunge quel requisito che la Cassazione chiama “certezza” dell’indizio. Qual è oggi il rapporto tra il giudice e la prova scientifica? Purtroppo accade che quella scientifica sia considerata la prova “regina”: una vera e propria scorciatoia non soltanto investigativa ma addirittura motivazionale, tale da alleggerire gli oneri argomentativi in relazione ad ogni altra risultanza. Essa sembra segnare la svolta che risolve il caso e di fronte alla quale tutte le altre prove si scolorano e perdono il proprio significato per essere plasmate in una determinata direzione. Si tratta di un fenomeno pericolosissimo giacché eventuali scorrettezze nella raccolta delle prove scientifiche rischiano di condurre dritti all’errore giudiziario. Per evitare che gli errori commessi nella raccolta delle prove si trasformino in decisioni sbagliate, occorre verificare attentamente sia il metodo scientifico utilizzato, sia la sussistenza di un quadro probatorio esterno nel cui contesto il dato scientifico deve coerentemente incastonarsi senza sostituire o deformare arbitrariamente gli altri elementi. Anzi, in presenza di prove scientifiche, così pericolose, le ulteriori risultanze assumono un rilievo centrale nel tentativo di smentita dell’ipotesi accusatoria, reso oggi ancora più indispensabile. Certamente la sentenza della Cassazione sul caso di Meredith Kercher si è discostata dall’approccio tradizionalista ed ha dettato un vero e proprio decalogo in materia, sia con riferimento alle cautele da adottare in relazione alle prove scientifiche, sia in merito alle garanzie che devono essere riconosciute alla difesa. Tra le molte affermazioni innovative della Cassazione (tutte analiticamente trattate nel contributo del Prof. Tonini) la più significativa è forse che un dato scientifico non verificato, proprio perché privo dei necessari connotati della precisione e della gravità, non può conseguire, in ambito processuale, neppure la valenza di indizio. In Italia le condanne vengono sempre pronunciate nel rispetto dello standard probatorio imposto dal principio dell'oltre ogni ragionevole dubbio? Si impone una risposta negativa, per quanto io non possa fare statistiche. La dimostrazione la si trova nei capovolgimenti che hanno caratterizzato i processi trattati nel volume. Più utile mi sembra sottolineare che nel nostro sistema il criterio del ragionevole dubbio si fonde con l’obbligo di motivazione completa, legale e razionale. Dunque, si è dinanzi a qualcosa di radicalmente diverso dal reasonable doubt dell’esperienza d’oltreoceano, dove il verdetto è immotivato. La ragionevolezza del dubbio, da etereo attributo contraddistinto più che altro dalla suggestiva portata evocativa, si tramuta da noi  in una logica ferrea e implacabile, imperniata su di un costante tentativo di smentita. L’assenza o l’erronea applicazione di tale metodo, tutt’altro che innocua, risulta aggredibile con l’impugnazione sia di merito, sia di legittimità. Di qui l’apprezzabile significato giuridico della formula in esame
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mercoledì 15 febbraio 2017

Caso Cucchi, chiesto giudizio per 5 carabinieri

Di Valentina Stella (Il Dubbio 15/02/2017)

«Ho fiducia ancora nella giustizia. Quello che è avvenuto in questi mesi, e in particolare ieri, è la dimostrazione che non bisogna mai smettere di crederci fino alla fine. Da adesso si ricomincia e lo si fa in maniera del tutto diversa, con la parola verità». Ilaria Cucchi commenta la richiesta di rinvio a giudizio della Procura di Roma per i cinque carabinieri coinvolti nell’indagine bis sulla morte di suo fratello Stefano, nell’ottobre 2009 all’ospedale Pertini, sei giorni dopo essere finito in manette per possesso di droga. Tre militari ( Di Bernardo, D’Alessandro e Tedesco) devono rispondere di omicidio preterintenzionale, aggravato dall’aver commesso il fatto con abuso di poteri e con violazione dei doveri inerenti alle funzioni di ufficiali di polizia giudiziaria, per aver pestato Cucchi il giorno del suo arresto, “con schiaffi, calci e pugni”, provocandogli una “rovinosa caduta con impatto al suolo della regione sacrale” che, “unitamente alla condotta omissiva dei sanitari che avevano in cura Cucchi al Pertini”, poi hanno portato alla morte. Tedesco è accusato anche di falso e calunnia al pari del maresciallo Mandolini, comandante all’epoca della stessa Stazione, mentre della sola calunnia risponde il militare Nicolardi. «Questo è il momento migliore - prosegue Ilaria Cucchi per dar vita all’associazione dedicata a Stefano, che presenterò il 18 febbraio. Nasce dal nostro vissuto, da quello che ci portiamo dietro e a cui vogliamo dare un senso per non far rimanere solo il dolore; ha l’obiettivo di dare voce a tutti gli altri, troppi Stefano, vittime di vicende simili, ma di cui non importa nulla a nessuno».
Soddisfatto il legale della famiglia Cucchi, Fabio Anselmo: «È un passo fondamentale nella direzione del processo che questa volta avrà l’impostazione giusta, a differenza dei precedenti che avevamo aspramente criticato. La nostra battaglia ha avuto come obiettivo quello di mantenere ancorato il processo ai fatti, senza nessuna astrazione». L’avvocato Anselmo sottolinea che per la prima volta, con l’accusa di omicidio preterintenzionale, si riscontra il legame tra quello che ha subìto il ragazzo dopo il suo arresto e la sua morte: «Si è tentato di recidere, di nascondere questo legame in tutti i modi ma alla fine la verità emerge. È stato fondamentale per la riapertura del caso il nostro lavoro sugli aspetti medico- legali. Si diceva che eravamo in presenza di lesioni lievi da caduta, invece abbiamo accertato che erano gravissime, che ne hanno determinato il decesso. Stefano stava bene, era andato in palestra, a lavorare, aveva trascorso una giornata come tutte le altre, dopo poche ore viene arrestato, la famiglia non lo vede più e trascorsi pochi giorni muore. Si voleva far passare l’idea che fosse morto senza alcun nesso con il contesto in cui si era trovato dopo l’arresto: un’altra inaccettabile forzatura. Abbiamo evidenziato, con la relazione tecnica del professor Carlo Masciocchi, il grossolano e macroscopico errore relativo alla vertebra lombare l3: la tac dei periti nominati dal giudice fotografava solo una parte della vertebra, escludendo quella dove c’era la frattura. Poi ci sono stati due testimoni che hanno vinto la paura e la diffidenza e si sono fatti avanti. Dopo di che la procura di Roma ha avuto l’onestà intellettuale di fare una inversione ad U, di procedere senza pregiudizi e svolgere un’ottima inchiesta».
Dopo 8 anni dalle parole del legale della famiglia Cucchi traspare la soddisfazione: «Dal momento di più grande difficoltà, quando Ilaria pianse per le precedenti assoluzioni, non abbiamo mai smesso di credere nella giustizia. Abbiamo avuto un atteggiamento fortemente dialettico, di accusa, di critica nei confronti di una inchiesta male impostata a cui è seguito uno sfacelo giudiziario, come dissi fin dalla prima udienza». Così come si dice convinto che sia servito far vedere dentro e fuori dall’aula le immagini di Stefano Cucchi morto: «Se non l’avessimo fatto non saremmo qui. Hanno dato concretezza e richiamato alle loro responsabilità tutti perché stavamo parlando di una persona morta a seguito delle botte, e non di un malato di cancro».
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venerdì 3 febbraio 2017

“Made in Carcere”, il brand certificato che dà una seconda vita alle detenute e ai materiali di scarto

Valentina Stella Il Dubbio 03 02 2017

Diffondere la filosofia della ' seconda opportunità' per le donne detenute e della ' doppia vita' per i tessuti: questi gli obiettivi del progetto “Made in Carcere” ( www. madeincarcere.it), nato nel 2007, grazie a Luciana Delle Donne, fondatrice di Officina Creativa, una cooperativa sociale senza scopo di lucro. «L’iniziativa nasce paradossalmente da un fallimento - ci spiega l’ideatrice -: anni fa avevo brevettato un collo di camicia su cui stavano lavorando 15 detenute che però poi sono uscite tutte con l’indulto. Abbiamo dovuto ricominciare daccapo e lo abbiamo fatto con un progetto più semplice che ora per noi tutte è motivo di orgoglio».
Venti detenute della Casa circondariale Borgo San Nicola di Lecce e di quella di Trani sono infatti oggi impegnate nella produzione di borse, shopper bags, braccialetti, cuscini, porta tablet, foulard, bomboniere e tanti altri accessori. A queste donne ci racconta sempre Luciana «viene offerto un percorso formativo, con lo scopo di un definitivo reinserimento nella società lavorativa e civile. Imparano un mestiere e hanno un regolare contratto. Questo permette di raggiungere tre importanti obiettivi: acquisire una competenza sartoriale utile per quando usciranno dal carcere; imparare a lavorare, conseguire un metodo di lavoro e avere la responsabilità degli impegni assunti; essendo retribuite, aiutare la famiglia all’esterno, comprare ad esempio i libri, gli apparecchi dentali, l’abito della prima comunione ai loro figli che così non si sentono più esclusi della società perché anche loro hanno un mamma che contribuisce alla loro vita». Un messaggio di speranza, di solidarietà, di libertà ma anche di rispetto per l’ambiente. «Utilizziamo per i nostri prodotti merce di recupero. Sono manufatti che nascono dall’utilizzo di materiali e tessuti esclusivamente di scarto, provenienti da aziende italiane, circa 200 in tutto il territorio nazionale, che credono in noi e particolarmente sensibili alle tematiche sociali e ambientali. Questo nostro progetto vince quindi due volte: le detenute hanno la concreta possibilità di reinserirsi una volta scontata la pena, e chi dona il materiale è felice perché lo vede rivivere nelle nostre creazioni».
La qualità e l’eticità dei prodotti realizzati dalle detenute di “Made in Carcere” è certificata dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria attraverso il marchio “Sigillo”.
Luciana Delle Donne non si ferma e mette in cantiere altre iniziative solidali: «Stiamo per partire anche con un nuovo progetto su Matera, che sarà capitale europea della cultura nel 2019 e stiamo cercando, anche se con un po’ di fatica, di intraprendere un percorso lavorativo con diversi carceri minorili con un progetto legato al cibo; in particolare vorremmo produrre un biscotto vegano con una ricetta antica che recupera i migliori prodotti della nostra terra». Tra i clienti affezionati e i personaggi che hanno prestato il loro volto alle iniziative di Luciana Delle Donne ci sono Serena Dandini, Nichi Vendola, Lella Costa, i Negramaro, Checco Zalone e persino Papa Francesco che in qualche occasione ha indossato un braccialetto delle sarte pugliesi. Attraverso questi progetti “Made in Carcere” ha collezionato diversi riconoscimenti e premi, tra cui quello della prima edizione del “Premio Non sprecare', in occasione delle Giornate europee contro lo Spreco promosse con il patrocinio del Parlamento europeo.
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giovedì 2 febbraio 2017

Il carcere di Enna fa acqua. Le denunce di agenti e politici

di Valentina Stella Il Dubbio 02 02 2017

Pavimenti allagati, asciugamani a terra e vari secchi per la raccolta dell'acqua che filtra dai muri, pareti ammuffite e screpolate, agenti costretti ad usare le galosce per muoversi: è la situazione della casa circondariale 'Luigi Bodenza' di Enna, mostrata in un video che l'onorevole pentastellato Alessio Villarosa ha postato sulla sua pagina facebook due giorni fa. L'allarme è stato lanciato il 22 gennaio dal segretario regionale del Sappe (sindacato autonomo di polizia penitenziaria), Calogero Navarra, che con una lettera agli uffici competenti ha denunciato la gravissima situazione del penitenziario siciliano, che riguarda in particolar modo i locali degli agenti di custodia. Nella missiva indirizzata  al direttore della casa circondariale Letizia Bellelli e ai vertici nazionali del sindacato, Navarra sottolinea che "qualche anno fa avevo effettuato una visita sui luoghi di lavoro presso l'istituto penitenziario di Enna e in quella occasione era stato rilevato che in numerosi settori vi era molta umidità dovuta ad infiltrazioni d'acqua. L'inconveniente veniva alleviato con soppalchi e raccoglitori d'acqua creati artigianalmente con sacchi di spazzatura e/o strisce di plastica". Una emergenza dunque vecchia ma che fino ad oggi ha trovato solo soluzioni approssimative e temporanee. Già nel 2010 l'onorevole radicale Rita Bernardini aveva presentato, a seguito di una visita ispettiva nel carcere del comune siciliano, una interrogazione parlamentare in cui scriveva tra l'altro "nel corso della visita sono emerse le seguenti  situazioni: le infiltrazioni d'acqua riguardano sia gli uffici che gli ambienti detentivi: perfino nel corridoio della direzione c'è una stanza chiusa per inagibilità; anche nella cappella sono visibili infiltrazioni e le finestre sono rotte; segni evidenti di fatiscenza causati dall'umidità sono riscontrabili anche nelle cucine ". A sei anni da questa segnalazione nulla è cambiato, anzi la situazione è peggiorata. Adesso è proprio l'onorevole del Movimento 5 Stelle Villarosa che si fa carico della situazione e annuncia una interrogazione al Ministro della Giustizia Andrea Orlando: " Capisco che la struttura ha quasi ottant’anni però il ministro deve sapere e fare il possibile per garantire che fenomeni del genere non si verifichino più! "
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venerdì 27 gennaio 2017

Per il diritto a un fine pena che non uccida la vita

Contro la pena di morte viva. Per il diritto a un fine pena che non uccida la vita': questo il titolo del convegno organizzato da Ristretti Orizzonti, diretto da Ornella Favero, venerdì scorso nella casa di reclusione di Padova. Dunque l’ergastolo al centro della discussione, soprattutto l’abolizione di quello ostativo, ovvero la pena perpetua, prevista dall’art. 4 bis dell’ordinamento penitenziario, che viene comminata a chi si è macchiato di delitti particolarmente gravi, relativi, per la gran parte delle volte, a fatti di criminalità organizzata e terrorismo. Il solo modo che questi condannati hanno per uscire dal carcere è la collaborazione con lo Stato - in pratica divenire dei pentiti - a meno che essa non sia impossibile o inesigibile. «Dopo 25 anni da quel tragico 24 gennaio ho incontrato la persona che ha fatto parte del commando che ha ucciso mio padre» racconta Sabina Rossa, figlia di Guido, sindacalista ucciso dalle Brigate rosse nel 1979, «oggi è un uomo libero» prosegue «è una persona completamente diversa da quella di allora. Giustizia è proprio prendere atto che dopo tanti anni dai fatti criminosi le persone cambiano». Anche se con un messaggio scritto, le fa eco Agnese Moro, figlia di Aldo: «L’ergastolo uccide la speranza di esseri liberi, le persone sono più del loro reato». E il concetto di speranza è altresì al centro di quasi tutti gli interventi dei detenuti, ergastolani o condannati a pene molte lunghe: «Senza speranza è difficile il cambiamento, si vive nel vuoto, si regredisce, soprattutto se vieni condannato all’ergastolo quando hai 20 o 30 anni» dice Gaetano Fiandaca. Proprio ai detenuti del carcere di Padova è arrivato un messaggio di Papa Francesco: «Mi pare urgente una conversione culturale dove non ci si rassegni a pensare che la pena possa scrivere la parola fine sulla vita; dove si respinga la via cieca di una giustizia punitiva e non ci si accontenti di una giustizia solo retributiva; dove ci si apra a una giustizia riconciliativa e a prospettive concrete di reinserimento; dove l’ergastolo non sia una soluzione ai problemi, ma un problema da risolvere. Perché se la dignità viene definitivamente incarcerata, non c’è più spazio nella società, per incominciare e per credere nella forza rinnovatrice del perdono».
Anche per Mauro Palma, Garante nazionale dei detenuti: «l’ergastolo corrisponde all’annientamento dell’individuo. Purtroppo su questo argomento la responsabilità istituzionale si abbandona, per motivi di consenso, all’emotività dell’opinione pubblica». Giovanni Maria Flick, presidente emerito della Corte Costituzionale, dopo aver ribadito che egli ha cambiato idea sull’ergastolo solo grazie ad Alessandro Margara, il magistrato che trattava i detenuti come uomini, l’ispiratore della riforma penitenziaria, scomparso lo scorso luglio, mette invece in luce i quattro paradossi sul fine pena mai e sulla detenzione in generale: l’espres- sione “fine pena mai” è incostituzionale perché viola l’art. 27 della Costituzione per cui le pene devono tendere alla rieducazione del condannato. Il secondo paradosso riguarda il fatto che la pena deve essere solo limitazione della libertà e si deve evitare di aggiungere alla sofferenza della detenzione ulteriori sofferenze in nome della sicurezza, come il 41bis o la condizione di sovraffollamento. Il terzo paradosso consiste nel fatto che è stato abolita la pena di morte, pur tuttavia, ricorda Flick, in carcere si continua a morire ad esempio per malasanità o per violenza. L’ultimo paradosso riguarda la custodia cautelare, «una pena senza processo, senza condanna che diviene omaggio al principio della paura». Proprio sul 41bis è intervenuto il senatore Luigi Manconi, chiarendo che in nessuna parte del nostro ordinamento esso è presentato come carcere duro. Il suo unico scopo è quello di interrompere i contatti tra i detenuti e l’associazione criminale, mentre oggi il 41bis si è tramutato ' in un carcere fuori legge'. Alla giornata di dialogo hanno partecipato anche l’ex magistrato Gherardo Colombo, il sottosegretario alla giustizia Gennaro Migliore, Renato Borzone, responsabile dell’Osservatorio Informazione giudiziaria dell’Unione Camere penali, Rita Bernadini per il Partito radicale, e molti altri parlamentari, esponenti delle istituzioni e esperti di diritto. Tutto il convegno è riascoltabile su Radio radicale.
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Il diritto di andarsene e quello di essere curato veramente

di Maria Antonietta Farina Coscioni e Valentina Stella per Unità 27 01 2017


Sono importanti le parole; e occorre intendersi sul loro significato, se non si vuole rischiare una Babele, che favorisce solo chi ha interesse a confondere e sollevare ingiustificati polveroni. Più che mai necessaria, indispensabile, questa chiarezza, quando si parla di temi che riguardano la vita e la morte, la dignità di questa e di quella; il diritto di ognuno di noi di vedersi rispettare e garantire le proprie volontà. Giorni fa un noto dj, Fabo – al secolo Fabiano Antoniani – si è rivolto, con un video-appello, al presidente della Repubblica Mattarella. Fabo, dopo un gravissimo incidente stradale nel 2014, vive ora “bloccato a letto, immerso in una notte senza fine”: cieco e tetraplegico. Dice che vorrebbe poter morire, perché ritiene che così la sua vita non abbia più senso. Ci si è richiamato a un analogo caso, quello di Piergiorgio Welby. Anche lui, prigioniero in un corpo che non riconosceva più, dieci anni fa, chiese di essere “lasciato andare”: come non solo l’umanità, ma la stessa Costituzione prevede e contempla. Welby è stato sedato, poi una mano di un medico gli ha staccato il respiratore che lo teneva in vita. Welby, con Marco Pannella, ce l'ha fatta anche in assenza di una legge ordinaria, in nome del dettato costituzionale. La sua volontà, espressa in scienza e coscienza, è stata rispettata, ha potuto “andarsene senza soffocare e soffrire”. Ma questa, si badi, non è eutanasia, come qualcuno mostra di credere o vuole far credere. È “semplicemente” rispetto della volontà del cittadino: un diritto costituzionale più volte riconosciuto e ribadito da corti di giustizia, da Padova a Cagliari, per altri analoghi casi. Fabo, dunque, non ha bisogno di aspettare: esprima la sua volontà in lucidità e coscienza; se vuole, quando vuole, può essere sedato, gli si può staccare il respiratore, potrà “liberarsi” come desidera; come è accaduto a Piergiorgio. A Fabo, insomma, non serve una legge sulla eutanasia.  Ecco l’importanza delle parole, e del loro significato. Eutanasia significa procurare attivamente la morte di una persona che ritiene non più sopportabile il continuare a vivere. In Belgio, in Olanda, in altri Paesi, questa pratica è attentamente regolata da protocolli rigorosi; solo quando questi “esami” vengono superati, viene praticata. In Italia non esiste una legislazione del genere; sarebbe opportuno ci fosse; ma è altra cosa rispetto ai testi di legge in discussione in Parlamento sul fine vita e su come evitare dolore e sofferenza quando non c’è più speranza, scopo e ragione.  Per favore, cerchiamo di evitare polveroni e confusioni. Finora la gran parte del mondo politico elude la domanda: esiste o no, la libertà di morire anche con trattamenti eutanasici? È questione di dignità della vita, e ognuno di noi ha il diritto di dare la risposta che più corrisponde alle sue convinzioni. Di sicuro questa decisione non può continuare a essere presa nella clandestinità, nel silenzio, nella solitudine. È questo il tema che richiede pacato confronto, una volontà di reciproco ascolto, un dibattito senza pregiudizio e preclusioni. Dibattito e confronto che finora non c’è stato e che soprattutto il servizio pubblico dovrebbe invece assicurare. Ma la vicenda di Fabiano Antoniani racconta anche un'altra storia: quella dei viaggi della speranza all'estero per cercare una cura. Dj Fabo nel suo appello a Mattarella dice, tramite la voce della sua compagna Valeria, "In questi anni ho provato a curarmi, anche sperimentando nuove terapie". Queste nuove terapie, da quello che possiamo leggere tra i vari post di una pagina facebook nata per tenere aggiornati amici e utenti sulle condizioni di Fabiano dopo il gravissimo incidente, hanno un nome ed un indirizzo: NeuroGen Brain and Spine Institute, Mumbai, India. Lì Fabiano si reca con la sua famiglia nel 2015 per sottoporsi a terapie con le cellule staminali, si legge sempre su facebook. Sarebbe dovuto rimanervi due mesi e poi, se tutto fosse andato bene, tornavi dopo cinque o sei. Ma sappiamo ora che purtroppo non è servito a nulla, nonostante gli oltre 23000 euro raccolti e crediamo sborsati per le cure di Fabo.  Abbiamo cercato di sapere qualcosa in più su questo istituto che si sponsorizza bene sul proprio profilo facebook: "Milioni di persone in tutto il mondo vivono in #condizioniincurabili  e sono senza speranza ma vogliono vivere la loro vita come gli altri. Noi qui a NeuroGenBSI, aiutiamo quelle persone che vogliono davvero vivere sorridendo. Garantiamo di rendere migliore la loro vita, nonostante la loro condizione". Scrivono di trattare autismo, paralisi cerebrale, distrofia muscolare, ictus, ferita del midollo spinale e altro ancora. Una clinica dei miracoli o un istituto all'avanguardia? Il dubbio rimane, anche perché sul centro medico ci sono solo notizie della stampa indiana, alcune delle quali specificatamente "sponsorizzate". Tale episodio si inserisce nel più ampio fenomeno del turismo sanitario, che ha due facce: quella dell'eccellenza per cui anche l'Italia attrae ogni anno circa 7 milioni di persone straniere, conferendo ai nostri istituti certificati di altissima qualità. E poi c'è la faccia delle false speranze, delle illusioni, dei soldi e del tempo sprecati dietro i venditori del fumo. Proprio di pochi giorni fa è la notizia di altre denunce alla procura di Torino da parte di nuove vittime del guru di Stamina Davide Vannoni che, traslocata la sua attività in Georgia, avrebbe praticato  infusioni di presunte cellule staminali al costo medio di 18000 euro. 
Posted by Valentina Stella
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