sabato 12 novembre 2016

Intervista a Guido Raimondi "TEMPI BIBLICI, COSI' SI INGOLFA ANCHE LA CEDU"


di Valentina Stella (Il Dubbio 12/1/2016)
Si è tenuto ieri presso l`Aula magna della Corte di Cassazione l`incontro dal titolo Fattore "tempo" e diritti fondamentali. Cassazione e Corte Edu a confronto. Organizzato dall`Ufficio dei referenti per la formazione decentrata, è stato coordinato dal padrone di casa, il primo presidente Giovanni Canzio, e ha visto la partecipazione del vicepresidente del Csm Giovanni Legnini. Ospite d`onore Guido Raimondi, presidente della Corte europea dei diritti dell`uomo. Raimondi, commentando il lavoro della Corte di Strasburgo, ha stigmatizzato l`aumento esponenziale dei ricorsi. Segno evidente che qualcosa nei rimedi normalmente esperiti negli Stati non funziona. 
In Italia non è stato ancora introdotto il reato di tortura. Naturalmente è una questione di grande importanza. C'è una sentenza della Corte piuttosto nota - la sentenza Cestaro contro Italia - che riguarda i fatti della Diaz, avvenuti durante il G8 di Genova. In quel caso la Corte ha rilevato che ci sono stati diversi episodi di tortura. In questi casi si richiede una risposta adeguata, anche dal punto di vista della punizione dei responsabili, e la Corte ha trovato che da questo punto di vista l'ordinamento italiano è carente. Non ha proprio detto che secondo la Convenzione c'è un obbligo di introdurre il reato di tortura - questo casomai è un obbligo che viene da altri strumenti internazionali - però ha sentenziato che così com'è l'ordinamento italiano è insufficiente.
Dal Suo punto di vista sarebbe giusto quindi introdurre questo tipo di reato? Io non devo entrare nell'arena politica, ma mi sembra evidente che questo possibile sviluppo sarebbe estremamente positivo.
La Corte invece si è espressa sull'ergastolo ostativo e sul 41bis? Sul 41bis la Corte è stata chiamata a pronunciarsi diverse volte. Fino ad oggi non ha trovato una violazione della Convenzione, quindi per il momento l'Italia non è stata trovata in violazione a causa di questo regime speciale. Per quanto riguarda l'ergastolo ostativo la Corte non si è ancora pronunciata; ci sono dei ricorsi ma che non sono stati ancora esaminati.
Sono passati oltre 3 anni dalla sentenza Torreggiani. Il ministro Orlando sostiene che negli ultimi due anni la situazione carceraria sia migliorata. La sentenza Torreggiani è una sentenza pilota, non ha risolto solo il singolo caso ma è servita per moltissimi altri casi. Nel momento in cui la sentenza Torreggiani è stata emessa erano circa 3000 i casi pendenti contro il nostro Paese riguardanti il sovraffollamento carcerario: al momento questa si deve considerare una storia di successo perché le misure adottate dal Governo e dal Parlamento italiano sono state ritenute adeguate dalla Corte, che ha infatti rimandato questi 3000 ricorsi in Italia, che si è dotata di strumenti propri, preventivi e indennitari, per far fronte al problema. Se questi rimedi non dovessero funzionare adeguatamente, se ne ritornerà a parlare a Strasburgo.
Il Partito radicale, in concomitanza con il Giubileo dei carcerati, ha organizzato per il 6 novembre una marcia per l'amnistia a Roma. Concedere o meno l'amnistia è un giudizio che spetta prettamente alla politica. Certamente da cittadino italiano vorrei vedere una maggiore attenzione sul pianeta carcere per non correre il rischio di negare la dignità ai detenuti, che sono comunque persone che soffrono, nonostante il male che possono aver provocato.
Il nostro Paese ha ancora molte sentenze della Cedu non eseguite. Secondo lei questo non denota un atteggiamento dello Stato italiano scarsamente consapevole di queste pronunce?  Il contenzioso italiano è purtroppo molto consistente, i numeri sono purtroppo diversi rispetto a quelli di altri Paesi con i quali noi amiamo paragonarci, Germania, Gran Bretagna, Francia. Tuttavia questi numeri molto alti riflettono in gran parte un problema molto particolare che è quello del difettoso funzionamento della nostra macchina giudiziaria: l'eccessiva lentezza del processo. L'Italia si è anche munita di un meccanismo suo, la famosa legge Pinto, che permette di dare soddisfazione già davanti ai giudici italiani a chi abbia subìto un processo troppo lungo. Abbiamo avuto delle difficoltà di funzionamento: molto spesso le giurisdizioni Pinto decidono, concedono una indennità al ricorrente e poi questa indennità non viene pagata. Questo perché c'è una obiettiva difficoltà per le casse dello Stato di far fronte a questo. Il problema esiste e si ripercuote a Strasburgo. Dove la media di un procedimento è di circa un anno. Purtroppo è maggiore. La Corte è in grande difficoltà: attualmente abbiamo 76000 ricorsi pendenti che sono molti di meno di quelli che avevamo 4 anni fa, che erano circa 160000. Siamo riusciti a migliorare notevolmente la situazione. Ma il contenzioso rimane di proporzioni difficilmente gestibili e quindi non è raro il caso in cui le nostre sentenze arrivano con un ritardo che io non esito a definire inaccettabile. Tornando all'esecuzione delle sentenze in Italia, a me non risultano casi di difficile esecuzione. Quello che si può dire è che questo problema della lentezza della macchina giudiziaria, che pone un problema per la Convenzione, è stato identificato dalla Corte già 40 anni fa. E quindi c'è una lentezza dello Stato italiano nell'eseguire le sentenze nel senso che lo Stato italiano non è riuscito ad oggi a trovare un rimedio efficace. A differenza di quanto avviene con altri Paesi, però, non ci sono difficoltà di esecuzione delle sentenze della Corte europea motivate da ragioni politiche.
Per chiudere sulla lunghezza dei processi in Italia: la giustizia ritardata è giustizia denegata? Questo è un detto popolare che ovviamente ha la sua parte di verità.
Ad un cittadino fa paura entrare nella macchina giudiziaria oggi, non sapendo come e quando potrà uscirne. Questa è una consapevolezza anche del Governo italiano che mi pare di capire prenda oggi sul serio questo problema, che non è solo di coesione sociale perché rende difficile l'accesso alla giustizia, ma scoraggia anche gli investimenti. Spero che vi si metta mano in modo efficace.
Cosa ne pensa della proposta di rendere la maternità surrogata un reato universale? Su questo come presidente della Corte non posso rispondere in quanto la Grande Camera dovrà esprimersi a breve  sul caso Paradiso e Campanelli c. Italia (ndr la Corte di Strasburgo ha rilevato la violazione dell’art. 8 CEDU da parte dell’Italia in un caso concernente un minore nato da una madre surrogata in Russia e sottratto ai genitori a causa dell’inesistenza di un legame biologico con i coniugi), su cui la Corte si è già espressa con una prima sentenza che ora è all’esame della Grande Camera. Non è un segreto che il mio voto fu contrario.
A diversi esponenti politici non piace che la Corte intervenga sulle questioni bioetiche (embrioni alla ricerca, maternità surrogata, etc).  Sono questioni molto sensibili. Quando si tratta di questioni nuove, delle nuove sfide che la biologia pone al rispetto dei diritti umani, la Corte è e deve essere prudente: la Corte riconosce sempre a tutti gli Stati un ampio spazio di manovra, che viene definito “margine di apprezzamento”. Ci sono tanti modi di proteggere i diritti umani e la Corte riconosce la diversità culturale, politica, sociale, economica dei 47 Stati e quindi cerca di rispettare le scelte che vengono fatte a livello nazionale, ma ovviamente fino ad un certo punto. Quando matura una coscienza a livello europeo, cioè quando una certa soluzione più avanzata viene adottata da una maggioranza dei 47 Stati, allora la Corte diviene più propensa a imporre quella tendenza anche ai Paesi che sono più indietro. Nel caso Parrillo, che riguardava la donazione degli embrioni alla ricerca, la Corte ha stabilito che la scelta italiana di vietare quel tipo di ricerca andava rispettata. Tra dieci anni potrebbe decidere diversamente.
Il principio è che bisogna adattarsi ai tempi dunque? Certamente, ed è un principio della nostra giurisprudenza: la Convenzione è uno strumento vivente, non può essere letta oggi come lo era nel 1950.

Il 24 ottobre si celebra l'entrata in vigore dello Statuto dell'Onu. Nel mondo esiste ancora la consapevolezza dell' importanza dei diritti umani? Questo è un punto molto importante e delicato. Credo che in Europa, nonostante la crisi che investe tutte le istituzioni europee, la Corte goda ancora di un certo prestigio e di una certa credibilità. Però è vero che si è un po' rallentata la spinta fortissima che era riconoscibile all'indomani della seconda guerra mondiale, quando non c'era alcun dubbio sull'urgenza della difesa dei diritti umani. Oggi è diverso, sembra che si sia un po' persa quella memoria che invece va tenuta viva. 
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martedì 8 novembre 2016

In marcia per la giustizia in nome di Marco Pannella e Papa Francesco

di Valentina Stella (Il Dubbio 08/11/2016)
Il maltempo che si è abbattuto domenica sulla capitale non ha fermato le centinaia di manifestanti che, sfilando dietro lo striscione 'Amnistia', hanno dato corpo e voce, attraverso la musica de "I presi per caso", band di ex detenuti e non,  alla IV marcia per la giustizia giusta organizzata dal Partito radicale in nome di Marco Pannella e Papa Francesco, partita dal carcere di Regina Coeli e terminata a Piazza San Pietro. Proprio il Papa, durante l'Angelus, ha chiesto alle istituzioni di tutto il mondo "un atto di clemenza per i detenuti che si riterranno idonei": 17000 di loro, da molti istituti di pena, hanno digiunato sabato e domenica per condividere, anche da dietro le sbarre, lo sciopero della fame che dal 9 ottobre ha portato avanti Rita Bernardini insieme ad Irene Testa e altri compagni del Partito radicale per chiedere, tra l'altro, la calendarizzazione del progetto di riforma dell'ordinamento penitenziario, arenatosi al Senato. Su questo concorda anche l'onorevole Fabrizio Cicchitto, di Area popolare, che fin da subito ha aderito alla marcia: "è stato un errore inserire questa modifica nel più ampio complesso della riforma penale", e sulla possibilità di un provvedimento di amnistia ha aggiunto che "è un nodo di difficile realizzazione, in quanto occorrono i due terzi del Parlamento per approvarla. Con l'onorevole Marazziti (ndr di Democrazia solidale - Centro democratico) ho presentato un progetto di legge che cerca di dare una soluzione più realistica, limitando l'amnistia a reati fino a quattro anni". Insieme a lui alla marcia, c'era anche l'onorevole del Partito democratico Walter Verini, membro della Commissione Giustizia: "sono qui, come pure l'altra volta con Marco Pannella, perché riconosco ai radicali il grande sforzo di fare da apripista delle coscienze su alcune questioni che non sempre la politica mette al primo posto. Aderire a questa marcia non significa per me dire che sarebbe bello approvare l'amnistia, ma è necessario, tuttavia, migliorare la situazione di vita delle carceri affinché il detenuto possa uscirne rieducato e reinserirsi nella società. La pena non è vendetta". A fargli da eco, arriva Don Ciotti, presidente di Libera, il quale auspica che il carcere divenga "l'extrema ratio" da applicare a chi ha commesso un reato. E accenna anche al 41 bis che "deve essere usato solo per situazioni estreme". Per il sottosegretario Benedetto della Vedova rimediare al problema del sovraffollamento significa approvare in Parlamento la legge per la legalizzazione della cannabis "perché tante persone che sono in galera hanno commesso reati di droga e in più in generale legati alla cannabis". Dunque è stata una marcia trasversale, immagine della sintonia tra laici e cattolici, come testimoniato anche dalle bandiere delle Acli: due facce della stessa medaglia, a favore della dignità dei detenuti, di un carcere rieducativo, di una speranza per una vita socialmente utile dopo la pena.
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Sergio D'Elia: "per la prima volta la scritta amnistia a Piazza San Pietro"

di Valentina Stella (Il Dubbio 08/11/2016)

Anche le bandiere di Nessuno Tocchi Caino hanno colorato il cielo grigio di Roma domenica scorsa, durante la IV Marcia per l'Amnistia organizzata dal Partito radicale. Per fare un bilancio della manifestazione abbiamo incontrato Sergio D'Elia, segretario dell'associazione radicale, impegnata per l'abolizione della pena di morte nel mondo.  Che bilancio si può fare della IV Marcia per l'Amnistia che domenica ha attraversato Roma? Per la prima volta, uno striscione del Partito Radicale con la parola “amnistia” è stato accolto a Piazza San Pietro dove abbiamo potuto ascoltare le parole di Papa Francesco sul carcere e il senso della pena, in perfetta sintonia o “stereofonia” – come ha titolato alla vigilia della Marcia il quotidiano dei Vescovi – con quelle dei Radicali di Marco Pannella. La Marcia è stata un “successo”, anche nel senso di un fatto che è accaduto e non era facile accadesse, ma che ha bisogno di ulteriori fatti da creare per dare continuità alla lotta per gli obiettivi della Marcia. Tant’è che Rita Bernardini, Maurizio Bolognetti, Irene Testa e Paola Di Folco hanno subito ripreso lo sciopero della fame, dopo una breve sospensione domenica sera in omaggio alle parole del Papa. Il Ministro Orlando ha dichiarato, in merito alla richiesta di amnistia, che "La praticabilità politica di un provvedimento di clemenza è ardua, per l'amnistia occorrono i due terzi del Parlamento". Manca dunque la fattibilità politica per l'amnistia? A me, intanto, importa che la parola “amnistia” – vietata e condannata – sia alla fine riabilitata. L’articolo 27 della Costituzione sulla riabilitazione del condannato vale innanzitutto per la parola “amnistia”, di rango costituzionale, ma da molto tempo negata ed esclusa come il peggiore dei criminali. L’amnistia non è “fattibile politicamente” finché le sue ragioni saranno condannate alla clandestinità: nessun confronto televisivo, nessun dibattito pubblico sul perché sì e perché no. I rappresentanti del popolo sono, innanzitutto, cittadini comuni e come la gente comune, se non ne sentono parlare in casa, nella propria famiglia, non ne discutono in parlamento. Il Ministro ha anche aggiunto che "servono interventi strutturali ed è ciò che stiamo facendo". A questo come risponde il Partito radicale?
L’amnistia è l’unica misura strutturale in grado di porre rimedio, “hic et nunc” direbbe Pannella, al cedimento strutturale in corso, a causa della mole di processi pendenti, nella amministrazione della giustizia, in attesa che si facciano le cosiddette riforme strutturali, che non sono realizzabili in tempi brevi. Tant’è che il pacchetto di leggi e referendum Pannella, a partire dalle proposte di superamento della obbligatorietà dell’azione penale, che è la causa prima dell’arretrato giudiziario, è pronto da decenni e nessuno ne ha fatto tesoro in parlamento. Nei giorni precedenti la marcia il Partito e Nessuno Tocchi Caino hanno tentato di richiamare l'attenzione mediatica sul tema delle carceri e dell'ergastolo ostativo. Domenica quasi tutti i tg hanno seguito l'evento. Si tratta di un caso eccezionale? Cosa intendete fare affinché l'agenda mediatica si occupi realmente di giustizia?Abbiamo fatto una conferenza stampa al giorno nei sei giorni precedenti la Marcia. L’ultima era davanti all’Autorità Garante per le Comunicazioni, a cui spetta garantire, non la par condicio partitocratica, ma il diritto dei cittadini a conoscere per farsi un’opinione e poi decidere. Se non fa questo, il regime italiano è quel che è diventato: tecnicamente perfetto, perché pieno e incontrollato. Alla marcia era presente anche Emma Bonino. Qualcuno ha detto 'radicali di nuovi uniti per lo scopo dell'amnistia su cui si è sempre battuto Marco Pannella'. E' così? Non penso che l’unità, anche quella dei radicali, sia un valore di per sé e che l’amnistia sia una specie di armistizio. Quel che vale è l’unione di forze diverse, non l’unità delle forze radicali. E la “stereofonia” tra cattolici e radicali sulla umanizzazione delle carceri e l’amnistia è uno splendido esempio di unione e armonia che spero si rafforzi, anche su altri fronti.

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sabato 5 novembre 2016

La Rai mandi in onda il docufilm sul fine pena mai

Il 4 novembre, l'associazione radicale Nessuno tocchi Caino ha presentato il docu-film di Ambrogio Crespi Spes contra spem – Liberi dentro nel Teatro del Carcere di Rebibbia. Tra gli ospiti il sottosegretario alla Giustizia Gennaro Migliore, il Capo di Gabinetto del Ministero della Giustizia Giovanni Melillo, il Capo del Dap Santi Consolo, il direttore del carcere Mauro Mariani e il regista Ambrogio Crespi. Il docu-film, già presentato sempre alla presenza del ministro Orlando alla 73^ Mostra d'Arte internazionale cinematografica di Venezia e proiettato alla Festa del Cinema di Roma, è frutto del dialogo e della riflessione comune di detenuti e operatori penitenziari della Casa di Reclusione di Opera sul tema dell'ergastolo ostativo, sul "fine pena mai". L'onorevole del Pd Michele Anzaldi, membro della Commissione di Vigilanza Rai, qualche giorno fa ha rivolto un appello al Presidente della Rai Monica Maggioni, chiedendo di mandare in onda il docu-film. Nel frattempo i radicali hanno organizzato una conferenza stampa davanti alla sede Rai di Viale Mazzini dal titolo: "Se il servizio pubblico non vuole ascoltare il Partito Radicale, il Partito Radicale va a parlare al servizio pubblico".


Onorevole ha ricevuto qualche risposta?Sì, la presidente Maggioni mi ha risposto che la Rai sarebbe entrata in contatto con la produzione per valutare la possibilità di valorizzare il docufilm. La messa in onda sarebbe certamente una scelta in linea con le prerogative del servizio pubblico.
Come mai il tema delle carceri riceve così tanta disattenzione da parte del servizio pubblico della Rai e della stampa in generale?Forse perché viene ritenuto, a torto, lontano dall'interesse dei cittadini. In realtà i temi della sicurezza e della giustizia, come anche della lotta alla criminalità organizzata, sono continuamente all'ordine del giorno, nell'agenda del nostro Paese, e la questione carceraria ci rientra pienamente. E' giusto che i cittadini, in particolare coloro che pagano il canone, possano essere informati in maniera approfondita anche sul'espiazione della pena, sui percorsi rieducativi, sul trattamento dei detenuti.
Se la Rai non lo manderà in onda farà lo stesso appello alle altre reti?L'appello che ho lanciato nei giorni scorsi era già rivolto a tutte le tv. Se la Rai dovesse tardare a dare delle risposte, mi auguro che altre emittenti vogliano mettere a disposizione i propri spazi per un docufilm che tutti gli italiani dovrebbero poter vedere. (Di Valentina Stella per il Dubbio 5 novembre 2016)
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giovedì 3 novembre 2016

HABEAS CORPUS! NIENTE CADAVERE, NIENTE DELITTO

di Valentina Stella

Guerrina Piscaglia scompare il primo maggio 2014: da allora di lei nessuna traccia. Padre Graziano è stato condannato a ventisette anni di carcere per l’omicidio della donna. Un omicidio però senza il ritrovamento del corpo; una decisione costruita sugli indizi. Non è l'unico caso in cui un cadavere non viene ritrovato ma la macchina della giustizia procede nei confronti di uno o più sospettati. Pensiamo al caso di Isabella Noventa: la segretaria di Albignasego viene uccisa nella notte tra il 15 ed il 16 gennaio scorso. In carcere per l'omicidio finiscono Freddy Sorgato, con cui aveva una relazione ballerina, la sorella di lui Debora, e la tabaccaia Manuela Cacco, innamorata di Freddy.  I tre si accusano a vicenda ma anche in questo caso manca un corpo per verificare le dichiarazioni dei tre indagati. E poi c'è la vicenda di Roberta Ragusa: della donna si perdono le tracce quattro anni e mezzo fa a Gello, una piccola frazione alle porte di Pisa. Il marito Antonio Logli, dopo essere stato prosciolto «perché il fatto non sussiste» dal gup Giuseppe Laghezza dalle accuse di aver volontariamente ucciso la moglie e di averne occultato il cadavere, il 18 novembre tornerà davanti a un giudice per l’udienza preliminare-bis disposta dalla Corte di Cassazione.
Approfondiamo la questione con Gennaro Francione, magistrato, scrittore, attore e regista di teatro internazionale. In Italia sono molti i casi come quello di Guerrina? Ci sono stati casi anche se devo rilevare una certa cautela ad opera dei giudici proprio per il mancato rinvenimento del corpo che impedisce ovviamente di affermare un delitto se non in via spesso di assoluto azzardo. L'archiviazione del caso della scomparsa di Manuela Teverini, in cui venne incriminato il marito Costante Alessandri, avrebbe dovuto fare da pilota a processi analoghi. Di lei si persero le tracce nell'aprile 2010 a Capannaguzzo, frazione di Cesena. Si stava per separare dal marito su cui s’indirizzarono i sospetti che sembrarono avvalorati dalla confessione che Alessandri fece ad una prostituta, salvo giustificarla sostenendo di aver voluto provocare gli inquirenti per essersi accorto che veniva intercettato. Dopo la ritrattazione del marito, il caso fu definitivamente archiviato. Nei casi di scomparsi s’impone un giudizio di gran rigore. Senza ritrovamento del corpo nessuno potrà essere accusato di omicidio e occultamento di cadavere. E, invece, ecco la condanna di padre Graziano: il trionfo del processo indiziario su base romanzesca. Non si può condannare qualcuno senza aver ritrovato il corpo? Habeas corpus! Se non si trova il corpo, non si potrà processare né condannare chicchessia. Il processo per l’assassinio di Guerrina Piscaglia è frutto, secondo il mio parere,  di una superfetazione giudiziaria proprio perché non è stato trovato il corpo della donna, non potendosi escludere che la stessa se ne sia scappata o sia morta accidentalmente o che altri l’abbiano uccisa nascondendone i resti. Se anche fosse morta davanti al prete, è responsabile lui della sua morte o altri che il religioso copre? E, se avesse provocato lui la morte, cosa gli si può imputare: omicidio volontario, colposo, preterintenzionale?
Cosa pensa invece del caso di Isabella Noventa? Dalle testimonianze dei tre risulta che la donna è stata sicuramente uccisa e, quindi, sappiamo che hanno contribuito certamente all'occultamento del cadavere. Il problema di fondo rimane, perché senza corpo e senza arma del delitto sarà difficile per una corte rigorosa sfuggire alla trappola Bebawi. Il caso Bebawi fece epoca negli anni ’60. I coniugi Youssef e Claire Bebawi furono accusati di aver ucciso il ricco industriale Faruk Chourbagi, amante della donna. Il processo di primo grado si chiuse con l'assoluzione per insufficienza di prove: lui accusava lei, lei lui. Nell’appello furono condannati entrambi sulla base degli stessi elementi del primo grado, il che già la dice lunga perché nell’oscillazione tra gradi non si capisce come si può essere sicuri della colpevolezza. Il gioco Bebawi era, quindi, di lanciarsi accuse reciproche ma chi aveva  veramente ucciso Chourbagi? Dubbio terribile e irrisolvibile che si ripropone nel caso Noventa. Un'altra vicenda che suscita clamore è quella di Roberta Ragusa. Qui il martellamento delle informazioni sull’omicidio ad opera del marito e sull’occultamento del cadavere restringono l’attenzione della gente su una sola possibilità: la donna è stata oggetto di delitto da parte del Logli. Qui il processo si è svolto a fisarmonica con proscioglimento del Logli per cui poi è iniziato un nuovo procedimento. In più luoghi abbiamo espresso contrarietà a riforme di sentenze con richiesta di condanna, una volta intervenuta assoluzione in un grado di giudizio. In tal caso, infatti, non è lo stesso verdetto assolutorio a costituire quanto meno un ragionevole dubbio d’innocenza? Vorrei aggiungere che un vero e proprio esercito è quello delle persone scomparse dal 1974 ad oggi. Se ne contano centinaia di migliaia e ne sono state ritrovate l’80 % circa. Ma possibile che tutti quanti gli scomparsi siano morti ammazzati? Di sicuro no. Molti di quelli ritrovati risultano spariti volontariamente, per perdita della memoria, oppure morti per patologie sopravvenute fulminanti, accidenti naturali etc. Quali sono i parametri per un giusto processo? Li ho raccolti e posti  alla base del Movimento per il Neorinascimento della Giustizia (MOV.RIN.GIU) da me fondato. Emblematico è che ancor oggi si svolge il processo indiziario col rischio di condannare innocenti, sovvertendo la massima di Voltaire: “È meglio correre il rischio di salvare un colpevole piuttosto che condannare un innocente". Nel campo penale il MOV.RIN.GIU sostiene i seguenti principi: lotta al processo indiziario, giudice di quartiere e d'intervento web, nomofilachia (ndr garanzia dell’uniforme interpretazione della legge e dell’unità del diritto oggettivo nazionale) nel favor rei, verdetti innovativi pro deboli contro i forti, doppio grado di giudizio, diritto medicinale (il “medievale diritto penitenziale” basato sulla punizione va sostituito con un neoumanistico “diritto medicinale” che prevede cura, sanzioni e misure di sicurezza), separazione delle carriere e, infine, una gigantesca rotazione dei giudici nell’unificazione di tutte le magistrature in incarichi pro tempore.
Il processo indiziario tutela l'imputato? I processi si fanno per prove forti non per indizi che servono solo a creare congetture, invalidate se non si trovano riscontri tali che qualunque sperimentatore arrivi allo stesso risultato. Questo è il processo scientifico popperiano. Gl'indizi servono solo ad aprire piste d'indagine ma poi se non si trovano prove forti il processo cade. Il brocardo “Bastano tre indizi per fare una prova” è falso! Mille indizi non formano una sola prova come mille conigli formano una conigliera e non certo un leone! Scoprire gli autori dei delitti è tutt'altro che semplice. Il delitto perfetto esiste e come. E la giustizia annaspa anche inconsciamente alla ricerca di colpevoli a tutti i costi per mostrare che funzioni. Dobbiamo pretendere solo prove forti e su di esse condannare, quindi non solo la confessione e/o la pistola fumante, ma anche intercettazioni telefoniche inequivocabili, testimonianze nette incrociate, rilievi scientifici sicuri al 100 % e impeccabili proceduralmente. Il processo indiziario non è previsto dalla legge? In Italia il processo indiziario non era previsto dal codice Rocco ma fu elaborato dalla giurisprudenza e introdotto nell'attuale codice di procedura penale. L’art. 192 c.p.p. ha creato un sistema d'interpretazione dei dati fondato in primis sulle prove e solo in via marginale sugli indizi "gravi, precisi e concordanti". Oggi secondo statistiche il 90 % dei processi si svolge su base indiziaria per cui quello che doveva essere un processo eccezionale è diventato la regola con altissimo rischio di mettere dentro persone innocenti. Cosa ne pensa dei processi in tv? Hanno usurpato gli schermi a ogni ora del giorno e della notte, taluni subdolamente colpevolisti per aumentare l’audience. Sono talmente invasivi che in un caso hanno addirittura anticipato inspiegabilmente il verdetto di condanna di qualche minuto. Il problema è il peso che questi processi spettacolarizzati generano su giudici togati e popolari, compromettendo gravemente la verginità cognitiva delle corti. (Il Dubbio 03/11/2016)



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mercoledì 2 novembre 2016

Radicali Italiani: Magi confermato Segretario

Si è concluso ieri a Roma il XV congresso di Radicali italiani. Riccardo Magi è stato confermato Segretario, mentre Michele Capano subentra a Valerio Federico alla Tesoreria, e Antonella Soldo a Marco Cappato alla Presidenza. Le prime dichiarazioni di Magi, a margine dell'esito della votazione finale, sono dedicate  alla gestione dei flussi migratori che "Italia ed Europa devono governare in maniera unitaria, con strategie a lungo termine che tengano conto dei contesti geopolitici di partenza ma anche delle esigenze in termini demografici e di forza lavoro, creando canali sicuri  per chi cerca protezione ed elaborando programmi di sviluppo efficaci verso i paesi terzi che perseguano crescita a livello economico, sociale e, necessariamente, in termini di democrazia e diritto". E si torna anche a parlare di referendum: a prescindere da come andrà il voto del 4 dicembre, il movimento di Radicali italiani si impegnerà per l'immediato superamento degli ostacoli in materia di autenticazione e certificazione delle firme che impediscono la raccolta, per poi arrivare all'approvazione dell'intero Referendum Act.  Mentre Capano punta ai numerosi impegni sul fronte della giustizia, tra cui, come si legge nella mozione approvata a larga maggioranza, l'elaborazione di una proposta di legge per la riforma del Trattamento Sanitario Obbligatorio, “perché sia garantita la legalità della procedura, attualmente priva di qualunque  strumento di tutela per il malato psichiatrico”. E annuncia l’adesione alla IV marcia per l’amnistia del 6 novembre promossa dal Partito Radicale Nonviolento Transnazionale e Transpartito.  Durante i lavori finali del Congresso è stato annunciato anche il superamento della soglia delle 50mila firme necessarie per la legge di iniziativa popolare sulla legalizzazione della cannabis. Le firme sono state infatti 53 mila: ora la palla passa ai Comuni per la certificazione ma Radicali italiani annuncia che le depositeranno alla Camera l'11 novembre. "La lotta antiproibizionista dovrà estendersi anche al fronte delle droghe pesanti", conclude la neo presidente Antonella Soldo: "in questo momento,visto anche il successo dell'iniziativa Legalizziamo, bisogna far tesoro di questa ricchezza: in decine di città italiane i compagni hanno risposto con orgoglio,dimostrando che la domanda e la risposta radicale è ancora viva e più attuale che mai". Rinviato al prossimo Comitato nazionale invece il dibattito sulla modifica statutaria che, se approvata, avrebbe permesso a Radicali Italiani di presentarsi alle competizioni elettorali. Nel mondo radicale comunque restano i dissensi. Maurizio Turco della Presidenza del Partito radicale ha rilasciato la seguente dichiarazione polemica: "Noto che sia nella mozione di Radicali Italiani che in quella dell'Associazione Luca Coscioni non c'è una parola sulla campagna di iscrizione al Partito radicale. E' chiaro quindi che la dirigenza si è posta in una ottica di contrapposizione al Partito radicale che sta portando avanti le lotte nonviolente di Marco Pannella, come quella della marcia per l'amnistia e la giustizia giusta a cui hanno aderito già 40 parlamentari e numerosi associazioni laiche e cattoliche". (Il Dubbio 02/11/2016)
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sabato 29 ottobre 2016

In marcia per l'amnistia

La mattina di ieri inizia con un messaggio su twitter del premier Renzi: “Verso Padova per incontro con ricercatori. Ma prima visito il carcere: gesto inedito per un premier. Un pensiero a Marco Pannella”. Al pensiero non è però seguita una condivisione di intenti perché, uscito dall'istituto penitenziario, il Presidente del Consiglio, intervistato dal direttore di Radio Radicale, ha precisato che sull'amnistia non la pensa come Marco Pannella e i radicali, "anzi". Tuttavia ha aggiunto che "la questione del carcere è una questione politica con la P maiuscola". A Renzi ha subito replicato Rita Bernardini, in sciopero della fame dal 9 ottobre insieme ai compagni radicali Irene Testa, Maurizio Bolognetti, Paola di Folco, Annarita Digiorgio: "Eppure c'è stato un tempo in cui Renzi era convinto dell''amnistia, come dimostra una lettera del 2005" e ricorda che ad oggi "sono oltre 4000, e stanno aumentando, i detenuti di 59 carceri italiane che il 5 e 6 novembre intraprenderanno un digiuno di dialogo per chiedere al Ministro della Giustizia Andrea Orlando, al Governo tutto e al Parlamento di porre fine immediatamente allo scandalo ancora in corso di carceri illegali e di una giustizia disamministrata ormai al collasso". Proprio il 6 novembre a Roma si terrà la "IV Marcia per l'Amnistia, intitolata a Marco Pannella e Papa Francesco", il cui percorso si snoderà da Regina Coeli a Piazza San Pietro in occasione del Giubileo dei Carcerati. Lo ha annunciato Maurizio Turco durante una conferenza stampa del Partito radicale che si è svolta ieri nella storica sede di Via di Torre Argentina: "Nonostante il silenzio assordante che circonda il Giubileo dei Carcerati di Papa Francesco e la nostra marcia, aumentano le adesioni all'iniziativa: proprio ieri l'elenco si è arricchito del nome di Roberto Giachetti, vice presidente della Camera che si va ad aggiungere agli altri 39 parlamentari che già avevano aderito, insieme a molti associazioni come le Acli, l'associazione Libera, la Fondazione internazionale Luigi Di Liegro e la Comunità di Sant'Egidio". Proprio sul tema dell'informazione in merito a ciò che avviene all'interno degli istituti di pena si era espressa qualche giorno fa la presidente della Rai Maggioni per la quale "il servizio pubblico non può ignorare la tematica delle carceri". E ad una riforma delle carceri e delle giustizia sono dedicate le "proposte di legge Marco Pannella" presentate durante la conferenza stampa dall'avvocato Giuseppe Rossodivita, Segretario del Comitato radicale per la giustizia giusta Piero Calamandrei: " il nostro team di avvocati ha lavorato su sette provvedimenti che vanno dalla modifica dell'articolo 4 bis dell'ordinamento penitenziario all'abolizione dell'ergastolo;dalla separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici all'abolizione del principio dell'obbligatorietà dell'azione penale; dal divieto assoluto per i magistrati di assumere incarichi extragiudiziari alla riforma del sistema elettorale del CSM mediante sorteggio, passando per l'istituzione di un archivio pubblico degli incarichi che l'Autorità Giudiziaria attribuisce ai professionisti che forniscono ausilio nei giudizi civili e penali, nell'amministrazione di beni ed imprese". (Il Dubbio 29/10/2016)
Posted by Valentina Stella
on 01:35
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